Ecco perché il calcio è sacro*

Football Fans Gather On Beach In Rio To Watch Argentina v Netherlands Semifinal Match Lo scriveva già Pasolini quando nei Saggi sulla letteratura e sull’arte affermava che il “calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione”. Il genio analitico dell’intellettuale friulano trova oggi conferma nelle più recenti teorie scientifiche sulla religione, come quella dell’antropologo britannico Harvey Whitehouse. In un intervento sull’ultimo numero del magazine Nautilus, rivista sostenuta dalla Templeton Foundation e presentata come una sorta di New Yorker della comunicazione della scienza, lo studioso, in forze all’Università di Oxford, espone la sua visione sulle radici delle credenze religiose. Secondo Whitehouse, più che il bisogno di trovare risposte alle domande profonde di senso, la fede nel soprannaturale nasconde la necessità di creare legami personali e di definire un senso di appartenenza a una comunità per cui valga la pena vivere e sacrificarsi, come accade nei tifosi di calcio per la squadra del cuore.

Whitehouse ha sviluppato una teoria della religione basata sul potere che hanno i rituali nel favorire la coesione di gruppo. Per chiarire i punti cardini della sua teoria sfrutta l’analogia con quanto si vede negli stadi di tutto il mondo. “Ci sono molte situazioni che non hanno a che fare con dilemmi esistenziali”, spiega lo studioso britannico, “ma che ispirano spiegazioni soprannaturali. Probabilmente la più comune è quella dei rituali effettuati in contesti con un certo rischio di fallimento. Molte persone ad esempio vanno a vedere le partite di calcio sempre con gli stessi pantaloni e magliette perché le ritengono dei portafortuna. O si pensi ai gesti ripetitivi dei giocatori prima di tirare un calcio di rigore”. In altre parole, le esibizioni ritualistiche a cui assistiamo in uno stadio non sono differenti da quelle esplicite che si vedono nelle cerimonie in chiesa o in una moschea. Di conseguenza, la sacralità associata a una confessione religiosa non è diversa da quella che i tifosi attribuiscono alla propria squadra.

È probabile che le tesi di Whitehouse possano risultare irriverenti a molti fedeli, ma le sue argomentazioni sono basate su un’imponente raccolta di dati accumulati negli anni e inseriti in un quadro concettuale altamente interdisciplinare in cui convergono archeologia, etnografia, storia, psicologia evolutiva e scienze cognitive. Il calcio è solo un esempio per spiegare che le credenze nel soprannaturale derivano da cerimonie e legami preistorici. Gli interessi di Whitehouse per la religione risalgono agli anni ottanta del secolo scorso, quando ha iniziato a studiare i riti tradizionali della Papua Nuova Guinea.

L’antropologo di Oxford ha raccolto per anni evidenze archeologiche di rituali complessi e cerimonie di iniziazione traumatiche praticate per fondere in modo indissolubile l’identità dell’individuo con la comunità di appartenenza. Le prove consistono in materiali e oggetti che testimoniano le diverse accezioni con cui si interpreta oggi il fenomeno religioso: pendagli, monili, collane e altri materiali raccolti in vari siti sparsi nel mondo, dal Sud America all’Africa, rivelano ad esempio la fiducia nella vita dopo la morte o suggeriscono l’esperienza di stati alterati della coscienza. Le tracce di tali pratiche le ritroviamo oggi anche nelle religioni istituzionalizzate, nelle preghiere quotidiane dei musulmani o nella frequentazione della messa da parte dei cristiani almeno una volta alla settimana.

Le ricerche di Whiteouse fanno parte di una corrente di studi che cerca di spiegare la religione con la scienza. L’antropologo britannico è uno dei principali esponenti internazionali di un settore interdisciplinare che vuole chiarire diversi aspetti del fenomeno religioso facendo ricorso alle scienze cognitive e a un approccio evolutivo. È in questo milieu culturale che si inserisce uno dei testi più controversi degli ultimi anni sul rapporto tra scienza e fede, il libro L’illusione di Dio, del biologo Richard Dawkins, pubblicato in Italia da Mondadori nel 2007. Dawkins, dichiaratamente ateo e brillante divulgatore, propone numerose ipotesi evoluzionistiche che avrebbero portato gli esseri umani a credere in esseri soprannaturali: una delle più consolidate è quella che lega il pensiero religioso a un maggior sviluppo cognitivo. Il volume dello scienziato britannico è diventato un manifesto per i movimenti atei di mezzo mondo perché non si limita a fornire argomentazioni scientifiche a favore della sua tesi, ma si scaglia veementemente contro la religione, ritenuta pericolosa, causa di guerre, conflitti e azioni atroci, nonché un insulto alla dignità umana. Il testo rivendica viceversa l’orgoglio di essere atei, segno di indipendenza, salute e di una coscienza superiore. Esplicitamente Dawkins vuole fare proseliti al contrario. È inutile sottolineare che il libro è stato al centro di polemiche feroci e reazioni diametralmente opposte.

In un terreno più accademico e un po’ più sereno si colloca di recente quella che alcuni critici considerano l’opera più ambiziosa sullo studio delle mitologie dopo i lavori di Mircea Eliade, storico delle religioni rumeno considerato l’inventore della ricerca moderna nel settore. Stiamo parlando del volume The origins of the World’s Mythologies, scritto da Michael Witzel dell’Università di Harvard e pubblicato dalla Oxford University Press nel 2013. Il libro, in quasi settecento pagine, fornisce una solida base empirica sull’origini dei miti nel mondo attingendo a dati ricavati dall’archeologia, della linguistica comparativa e dalla genetica delle popolazioni. La tesi di Witzel è che esiste un’unica fonte comune africana da cui hanno origine i nostri miti collettivi. Essi non sono solo le prime evidenze di spiritualità antica ma, molto più significativamente, hanno una serie di caratteristiche essenziali che sopravvivono ancora oggi nelle principali religioni del mondo.

I lavori di Witzel e Whitehouse rappresentano alcuni degli sforzi più recenti e rilevanti di una comunità di studiosi che vuole rendere la storia delle religioni sempre di più una scienza empirica. Si tratta di un approccio che non ha necessariamente l’effetto di esacerbare il conflitto fra credenti e atei. Come spiega Whitheouse, “non penso che la scienza sarà mai in grado di dimostrare se Dio esiste o no. Questo rimarrà sempre una questione di fede. I credenti dovrebbero però essere aperti alla possibilità che alcuni fenomeni che ritengono misteriosi sul senso della vita o sul mondo possano in realtà essere spiegate dalla scienza. Allo stesso tempo credo che molto di quello che riguarda la vita umana vada oltre gli scopi dell’indagine scientifica”.

*Quest’articolo è stato pubblicato sul sito web di Pagina99we del 28 settembre 2014.

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Economie emergenti, la crescita arriva dalle megalopoli*

Famoso per la teoria degli equilibri punteggiati alternativa alla visione di un’evoluzione biologica graduale e continua, lo scienziato americano Stephen Jay Gould, morto prematuramente nel 2002, era forse meno noto per una strana collezione di calzature raccolte nel corso dei suoi viaggi nel mondo in via di sviluppo. I sandali acquistati nei mercati all’aperto di Nairobi, Delhi e Quito probabilmente non erano il massimo dell’eleganza, ma avevano una caratteristica che affascinava Gould: erano fatti con pneumatici trovati tra le discariche. Dal punto di vista dell’autore di Intelligenza e pregiudizio, vincitore dell’American Book Award for Science, il passaggio dagli pneumatici alle scarpe non era solo un raro esempio di “ingegnosità umana”, ma anche la dimostrazione di come favelas e baraccopoli potessero rivelarsi a sorpresa luoghi in cui fiorisce l’innovazione. Nelle loro immense contraddizioni, i vasti agglomerati urbani abusivi sparsi su tutto il pianeta, in cui vivono attualmente circa un miliardo di persone e dove spesso mancano elettricità, fognature e impianti igienici, si mostravano come spazi privilegiati della creatività. In altre parole, Gould condivideva l’idea che l’iperurbanizzazione è un fattore di crescita nei paesi in via di sviluppo, a partire dai quartieri più illegali, poveri e irregolari. Ma è proprio così? Esiste una relazione positiva tra il grado di urbanizzazione e l’economia dei paesi emergenti?

Se nel caso dei paesi sviluppati abbiamo a disposizione una letteratura scientifica molto approfondita sul rapporto tra queste due variabili, lo stesso non si può dire per il Sud del mondo. Non sorprende allora che la discussione tra addetti ai lavori si presenti come una divisione tra apocalittici e integrati. Joel Kotkin, professore di sviluppo urbano e autore di The Next Hundred Million: America in 2050, apprezzato volume sul futuro demografico degli Stati Uniti, in un articolo apparso su Forbes nel 2011, sentenziava che “le megacittà nei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere considerate per quello che sono: una tragica replica dei peggiori aspetti dell’urbanizzazione di massa che ha già contraddistinto il fenomeno in Occidente”. Più ottimiste studiose come Janice Perlman, fondatrice del Mega-Cities Project e autrice di testi fondamentali sulle favelas come Il mito della marginalità urbana, povertà e politica a Rio. Le sue ricerche mostrano che per quanto gli slums non siano certo posti desiderabili dove vivere, sono pur sempre luoghi migliori dei contesti rurali di provenienza per milioni di persone. A mettere un po’ ordine nella matassa di opinioni discordanti ci ha pensato di recente Gilles Duranton, professore di studi immobiliari della Wharton University, nella ricerca Growing trough Cities in Developing Countries, pubblicato sulla rivista World Bank Research Observer. Duranton ha realizzato un’accurata revisione dei lavori più approfonditi riguardanti l’impatto dell’urbanizzazione su crescita economica e sviluppo, sia nei paesi avanzati che in quelli emergenti. Il quadro che emerge, per quanto ottimistico, è complesso. I margini di miglioramento sono ampi ma impossibile prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni. Un aspetto è certo: la posta in gioco è il nostro futuro globale.

La maggior parte della popolazione mondiale vive infatti oggi in città. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2050 sette persone su dieci risiederanno in aree urbane. Come certifica il rapporto Habitat del 2013 delle Nazioni Unite, le zone del pianeta in cui tale tendenza è più marcata sono Africa, Asia e America Latina: più del 90% della crescita urbana globale sta avvenendo in queste regioni. Nei paesi a basso reddito le città rappresentano la speranza di una vita migliore e più ricca per milioni di persone. Allo stesso tempo il grande afflusso di indigenti da campagne e contesti rurali ha creato dei veri e propri hub di povertà. Edward Glaser, economista di Harvard e autore del libro Il trionfo delle città, edito in Italia da Bompiani, sottolinea che le megalopoli “non sono piene di persone povere perché sono le città a renderle tali, ma perché le città attraggono persone povere”. Sempre secondo il rapporto Habitat, un terzo della popolazione urbana nei paesi in via di sviluppo risiede in baraccopoli e favelas. D’altro canto, le aree cittadine sono motori di successo economico. Lo studio Global Cities 2030 della Oxford Economics stima che le 750 città più grandi del pianeta producono il 57 per cento dell’attuale PIL mondiale.

Se questi dati lasciano pochi dubbi sul ruolo delle città nell’economia planetaria, più complessa è la decifrazione dei rapporti di causa-effetto tra crescita economica e urbanizzazione di un paese. Nella letteratura di settore si assume spesso che sia la prima a determinare l’aumento della seconda. Per questo, una delle tipiche preoccupazioni nelle scelte di policy è assicurare che la ridistribuzione di nuovi arrivi e di nuovi lavoratori avvenga in modo “bilanciato”. La ricerca di Duranton assume una prospettiva opposta: esamina in quale misura lo sviluppo economico sia influenzato dall’incremento sfrenato dell’urbanizzazione, non più trattato come un fenomeno da gestire ma come una potenziale ricchezza e comunque come parte integrante del processo di crescita. In questa cornice l’autore si chiede fra le altre cose se la produttività lavorativa aumenta quando le persone si spostano nelle città, e in caso di risposta affermativa come, in quale misura, in quanto tempo.
Anche se esistono differenze significative tra economie avanzate e nazioni in via di sviluppo. la risposta generale è che i lavoratori nelle città traggono beneficio dalle cosiddette economie di agglomerazione, vale a dire dalla concentrazione delle attività produttive in determinate regioni all’interno di un paese o di una più ampia area geopolitica. I vantaggi si suddividono in tre categorie: la condivisione di fattori produttivi; la qualità del mercato del lavoro, cioè il fatto che una concentrazione di imprese simili attira manodopera specializzata; la facilità con cui si diffonde la conoscenza necessaria a migliorare specifici processi.

Detto questo, le diversità fra Nord e Sud del mondo si manifestano in varie direzioni, a partire dal rapporto tra urbanizzazione e salari, molto più pronunciato nei paesi emergenti rispetto ai paesi ricchi. Uno studio del 2013 dell’Aix-School of Economics di Marsiglia stimava che, più in generale, gli effetti della concentrazione di molte attività in una stessa area (esternalità di agglomerazione) sono maggiori, anche fino a cinque volte, nei paesi in via di sviluppo rispetto a quelli avanzati.

Più grandi sono le città poi, più sono innovative. Con l’aumentare delle dimensioni, gli agglomerati urbani generano idee a un ritmo più sostenuto. Malgrado frastuono, folla e distrazioni, il residente medio di una metropoli con cinque milioni di abitanti è quasi tre volte più creativo del residente medio di una cittadina di centomila. Il fenomeno vale in tutto il pianeta. Anche le grandi città nei paesi in via di sviluppo agiscono come centri di innovazione, con un importante differenza però rispetto ai paesi avanzati: non sono in grado di trasferire la produzione di beni maturi in città più piccole e specializzate. Questa situazione, nota Duranton, rende le metropoli africane, asiatiche e sudamericane più grandi di quanto dovrebbero essere e aumenta la congestione delle città stesse. Aspetti negativi che si ripercuotono sui prezzi dei prodotti, realizzati a costi più alti. Le megalopoli nei paesi in via di sviluppo sono in altre parole funzionalmente molto meno specializzate di quelle dei paesi ricchi poiché risultano oppresse da attività “ancillari” che ne diminuiscono l’efficienza. I possibili rimedi potrebbero essere la realizzazione di nuove infrastrutture – in particolare nel settore dei trasporti – e la redistribuzione della produzione in centri più piccoli attraverso la riduzione dei favoritismi governativi nei confronti dei grandi contesti urbani.

Infine, il mercato del lavoro nelle città dei paesi in via di sviluppo è costituito da un ampio settore informale e fuori dalle regole, in altre parole in nero. L’OCSE ha stimato che entro il 2020 le attività economiche non censite e non autorizzate comprenderanno due terzi della forza lavoro globale. Più della metà dei lavoratori del mondo si muove in una zona d’ombra della politica e dell’economia e abita in gran parte gli enormi mercati fai-da-te e i quartieri autocostruiti delle megalopoli del Sud del mondo. Come ha scritto l’analista Robert Newirth in un articolo apparso in uno speciale della rivista Le Scienze di novembre del 2011, a “pianificatori e funzionari governativi tutto questo suona spaventoso. La loro preoccupazione è che questi quartieri e questi mercati così instabili possano produrre metastasi, che questi sterminati labirinti di strutture precarie e imprese mai registrate riescano a trascinare con sé le città nell’abisso”. Per Newirth si tratta viceversa di una visione del futuro urbano da valorizzare e accompagnare, non da respingere. La pensa allo stesso modo Duranton, secondo cui la graduale integrazione dei lavoratori in nero nelle regole del mercato formale costituisce una sfida cruciale per lo sviluppo delle megalopoli.

L’invito conclusivo dell’economista di origine francese è però resistere a qualunque tentazione di prevedere gli effetti dell’agglomerazione. Nei paesi in via di sviluppi ne sappiamo ancora troppo poco su quali siano i meccanismi reali con cui avviene questo fenomeno per poter azzardare qual è la policy giusta per affrontare i problemi di infrastrutture, economia sommersa e favoritismi governativi che impediscono alle enormi aree urbane del Sud del mondo di esprimere completamente il loro potenziale.

*Il testo di quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 2 agosto 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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Pazzi criminali a chi?*

Era l’ultimo dell’anno del 2012 quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel consueto messaggio agli italiani definiva gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) “un autentico orrore indegno di un paese appena civile”. A distanza di circa diciotto mesi dall’accorata denuncia del Capo dello Stato, la Camera ha trasformato in legge, un paio di settimane fa, il decreto 52/2014, che introduce indirizzi, dispositivi e limiti per arrivare concretamente alla chiusura degli Opg entro il 31 marzo 2015. Si tratta di un’ulteriore proroga di un anno rispetto alle scadenze precedenti. I gruppi che in questi anni si sono battute per l’abolizione degli Opg hanno accolto con favore la nuova legge, anche se rimangono criticità e polemiche. Il rischio di una riforma a metà si concentra sulle cosiddette Residenze per le misure di sicurezza (Rems), nuove strutture su base regionale che dovrebbero essere costruite al posto degli Opg. Da una parte è elevata la probabilità che le Rems non siano pronte entro le scadenze poste dalla legge, dall’altra diverse associazioni per la salute mentale, tra cui la rete Unasam, la più importante a livello nazionale, rimangono contrarie alla realizzazione di quelli che sono stati ribattezzati mini-Opg. In altre parole, non si sarebbe superato del tutto il rischio di creare, al posto degli attuali istituti, nuovi piccoli manicomi. Più piccoli, magari più belli, più puliti, più arredati, ma pur sempre spazi di mero contenimento: in altre parole luoghi in cui si riproducono logiche istituzionali violente e non dove si attuano percorsi di cura e riabilitazione. Le associazioni invitano le Regioni ad abbandonare del tutto la strada delle Rems e si auspicano che i fondi già stanziati siano destinati al rafforzamento dei servizi sul territorio e alla definizione di progetti terapeutici riabilitativi individuali.

Lo scontro tra punti di vista si è palesato anche di recente con un’iniziativa del giudice del Tribunale di Roma Paola Di Nicola, che in una nota inviata qualche giorno fa all’Associazione nazionale magistrati sosteneva che la nuova norma rischierebbe di riportare in libertà soggetti “socialmente pericolosi”. Continuare però a usare la categoria della pericolosità sociale per incasellare i percorsi complessi di persone con disturbo mentale che hanno commesso reato desta non poche perplessità.

Come scrive a proposito della nuova normativa il filosofo Pier Aldo Rovatti sulla rivista aut-aut dello scorso mese, ciò che è soprattutto in gioco nella vicenda degli Opg “è la contestata cancellazione di ogni pratica di manicomializzazione”. Sottolinea sempre Rovatti, che in gioco c’è la misura storica e politica del grado di civiltà di un’epoca e di una società nel suo insieme. E a giudicare dal percorso tortuoso con cui si è arrivati all’attuale legge, non c’è dubbio che gli Opg si mostrino da una parte come il termometro più sensibile dei nostri pregiudizi nei confronti della diversità, dall’altra come lo specchio dell’azzeramento del nostro livello di civiltà.

Fu una commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dall’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino che nel 2011 svelò le condizioni di assoluto degrado in cui versavano le sei strutture giudiziarie distribuite sul territorio italiano. In un documentario distribuito ai giornalisti, risultato dell’indagine condotta su tutti gli ospedali del nostro paese (Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere), emergevano i fotogrammi di una realtà in cui qualunque parvenza di diritto e di rispetto per la persona umana era stata annullata. Le immagini di muffa, lenzuola sporche, letti accatastati, spazi angusti, mura incrostate, con nessuna garanzia di privacy, pulizia e persino di terapie, rimbalzarono sui media nazionali. Fu un pugno allo stomaco. Una sconfitta ancora più bruciante per l’Italia, che grazie alla famosa legge 180 e al lavoro di Franco Basaglia e della sua equipe negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, dispone oggi dell’assistenza alle persone con disturbo mentale più avanzata al mondo.

“Quello che colpisce come profondamente insensato di queste strutture”, afferma Giovanna Del Giudice, psichiatra e rappresentante nazionale del movimento Stopopg fortemente coinvolto nel miglioramento del decreto approvato recentemente, “è la profonda contraddizione con i principi della 180. Con questa legge in Italia siamo riusciti ad affermare un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: la possibilità per le persone con disturbo mentale di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di non essere espropriati della propria dignità e del senso stesso della propria vita a causa di una diagnosi di malattia mentale. Siamo riusciti a smantellare l’idea della necessità di uno “statuto speciale” per chi soffre di problemi psichici. Tutto questo è smentito dall’insensatezza dell’Opg, fondata su legislazioni che prevedono percorsi speciali per le persone con disturbo mentale che hanno commesso un reato: il famoso doppio binario”. Per tali persone l’internamento negli Opg avviene quando esse sono giudicate, attraverso perizia, “totalmente incapaci di intendere e di volere” al momento del fatto-reato. Un aspetto cruciale è che la persona incapace non viene giudicata in un processo, ma prosciolta. In tal modo le viene sottratta la responsabilità del gesto che ha commesso. Se poi è dichiarata “pericolosa socialmente”, e quindi si ritiene che possa reiterare il reato, viene internata in un Opg con una misura minima di sicurezza di 2, 5, 10 anni a seconda della gravità del reato. Prima della legge attuale non veniva definita una durata massima: la dimissione degli internati avveniva solo quando non persisteva più la pericolosità sociale. Se questa permaneva, il magistrato di sorveglianza prorogava la misura di sicurezza e la persona continuava a rimanere a tempo indefinito nell’Opg, fino a nuova revisione della pericolosità.

Sul nesso tra pericolosità sociale e disturbo mentale si palesano gli elementi di criticità più forti delle normative. È questo presunto legame che svela il percorso storico su cui è innervato l’assetto del codice penale che introduce misure di sicurezza nella prospettiva di un incontro fatale: quello fra culture giuridiche improntate alla “bonifica umana” e culture pseudoscientifiche intrise di biodeterminismo. Come spiega Peppe Dell’Acqua, a lungo direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste e collaboratore di Basaglia, “la ragione necessaria e dunque la motivazione di ogni invio in Opg è, in ultima analisi, il riconoscimento della pericolosità sociale all’atto dell’invio stesso; alla pericolosità sociale presunta, accertata, temuta segue la misura di sicurezza; alla misura di sicurezza consegue l’internamento in Opg o in casa di cura e custodia (che è sempre Opg); la persistenza della pericolosità è la ragione dell’internamento ‘senza fine’”.

Diverse sentenze della Corte Costituzionale hanno sancito l’inconsistenza di questo approccio sul piano giuridico e disciplinare. Esse, continua Dell’Acqua, “stabiliscono che la pericolosità sociale non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Deve essere vista come una condizione transitoria; relativizzata, messa in relazione ai contesti, alla presenza di opportunità di cure e di emancipazione in ordine alla disponibilità di risorse e di servizi.” Nei pronunciamenti della Corte si allude all’arcaismo dell’automatismo dei meccanismi infermità/pericolosità/misura di sicurezza e si smonta l’associazione impropria, come chiarisce Dell’Acqua, “tra pericolosità sociale e ‘malattia mentale’ pregressa, presente o presunta sulla base di immagini della malattia legate a cronicità, ricorsività, processualità; legata all’incontenibile ricorrenza di comportamenti disturbanti, insubordinati, trasgressivi, eccentrici, bizzarri, incontrollabili…”.
Negli anni si è anche accumulata una corposa evidenza scientifica che dimostra l’assoluta inapplicabilità di elementi oggettivi per giustificare la possibilità di predire la pericolosità sociale in conseguenza di un disturbo mentale. Come afferma uno studio pubblicato nel 2009 sul Journal of the American Medical Association dal titolo Schizophrenia, Substance Abuse, and Violent Crime, gli atti di violenza da parte di persone con disturbi anche severi come quello schizofrenico, sono “eccezionalmente rari”.
Una meta-analisi metodologicamente corposa e rigorosa pubblicata nel 2012 sul British Medical Journal sanciva che i metodi sviluppati nel contesto della giustizia criminale per valutare il legame tra malattia mentale e “pericolosità futura” sono molto variabili nella loro accuratezza e concludeva che “il loro uso come unici determinanti di detenzione, condanna e scarcerazione non è supportato dall’attuale evidenza scientifica”. Il risultato a cui giungono queste e altre ricerche simili è che i rari atti di violenza da parte di persone con disturbo mentale, anche severi, sono determinati dalle condizioni socio-economiche o da altri fattori contestuali, più che dal disturbo stesso.

Va sottolineato che negli Opg più dei due terzi della popolazione, attualmente costituita da poco meno di un migliaio di internati, hanno commesso reati di poco conto, provengono da famiglie e contesti sociali disagiati e non abbienti. Non è un caso. “Quando i servizi di salute mentale di competenza non si fanno carico della persona”, afferma Giovanna del Giudice, “il giudice non dimette e conferma la pericolosità sociale. Quindi, in particolare per l’assenza di una famiglia, di un contesto sociale accettante e tanto più di un servizio di salute mentale che propone una presa in carico della persona, si assiste ad un protrarsi indefinito e potenzialmente illimitato del periodo di internamento”. Sul sito forumsalutementale.it sono rintracciabili alcuni casi concreti di cosiddetti ergastoli bianchi, come quelli riportati in un recente contributo da un rappresentante di associazioni di familiari, Valerio Canzian, il quale racconta ad esempio la condizione di A., 40 anni, che circa vent’anni fa entrò in Opg senza aver commesso nessun atto efferato. A. non gestisce bene le relazioni in autonomia, quando è solo nel rapporto reagisce con schiaffi e spintoni. Finì in manicomio criminale per un episodio legato a questi comportamenti. Come scrive Canzian, “ogni sei mesi ad A. viene reiterata la pericolosità sociale perché nessuno finora si è preso la responsabilità di costruire un piano individuale adeguato alla sua inclusione sociale, quella possibile consona alle sue caratteristiche, verosimilmente una comunità. Dopo 21 anni A. è ancora in Opg nonostante il magistrato di sorveglianza affermi non essere l’Opg un luogo appropriato per A.” Qualche mese fa finirono alla ribalta dei media nazionali alcune vicende simili a quella di A. dall’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, uno dei più tristemente famosi dopo le inchieste di questi anni. Grazie all’impegno di un prete, don Pippo Insana, che è riuscito qualche hanno fa ad aprire una Casa d’accoglienza per pochi fortunati usciti dal manicomio criminale siciliano, sono emerse storie al limite dell’incredibile. Come quella di Mario, che per una rapina di seimila lire è rimasto in Opg per ventidue anni. O quella di Salvatore, che per un’altra rapina è stato internato per trentasei anni. Piccoli reati che hanno segnato intere esistenze.

La nuova normativa vuole mettere la parola fine a tutto questo. ll decreto 52/2014 diventato legge lo scorso 28 maggio prevede infatti che i ricoveri, d’ora in poi, non potranno durare più del massimo della pena prevista per il reato commesso. Inoltre, in caso di reato commesso da persona con disturbo mentale, i giudici sono invitati, come indicano già le sentenze della Corte Costituzionale 253/2003 e 367/2004, a scegliere misure alternative all’internamento in un Opg. La nuova legge, dopo già due rinvii, oltre a fissare, come già ricordato, al 31 marzo 2015 la data ultima per la dismissione dei sei manicomi giudiziari presenti in Italia, definisce vincoli e tempi precisi per le Regioni per attuare il processo della chiusura. L’indirizzo che emerge dal dispositivo intende poi superare o limitare come ultima risorsa l’uso delle Rems, a favore di un rafforzamento dei servizi sul territorio e più in generale di un rientro nel diritto e nel contesto sociale di chi è internato o chi rischia di diventarlo: dal carcere al centro di salute mentale, alla comunità terapeutica, all’abitare assistito alla cooperativa di lavoro, alla propria casa, ai programmi riabilitativo-territoriali. Anche il carcere è un luogo di diritto all’interno del contesto sociale. Questo è uno dei punti accolti con maggiore soddisfazione da chi in questi anni si è battuto per la chiusura degli Opg. Fin dalla legge Marino 9/2012, la prima che stabiliva il superamento definitivo dei manicomi criminali, sulle Rems sono esplose infatti, come già ricordato, le criticità e le contraddizioni maggiori. I meccanismi per la costruzione delle Rems sono, ad esempio, molto complicati: appalti, capitolati, disponibilità delle risorse, tanto che in molte regioni la costruzione delle Rems non è neanche stata progettata. Allo stesso tempo, le Regioni inadempienti nella realizzazione delle strutture nei tempi previsti verranno commissariate da parte del governo.

Diverse associazioni, prima fra tutte Stopopg, non sono però preoccupate dei ritardi, anzi sostengono che i mini-Opg, non sono affatto una soluzione. “Poco conta”, continua Dell’Acqua, “che gli Opg chiudano, se al loro posto ne verranno riaperte altre, con un nome magari diverso, con una capacità di ricovero magari inferiore, se rimane intatto lo scheletro ideologico che li sorregge e giustifica la loro presenza istituzionale nella nostra società. La preoccupazione è che la costruzione dei mini-Opg rafforzi le psichiatrie della pericolosità e del farmaco, che già con prepotenza si vanno espandendo con tutta la loro riduttività.”

La partita vera che attende i medici, i politici, le associazioni si gioca insomma di nuovo, come accadde per la 180, sul campo dei diritti. La scommessa è rimettere al centro i soggetti, la possibilità per le persone con disturbo mentale di restare cittadini, “di avere la speranza di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. Anche per chi ha commesso un reato”, conclude Dell’Acqua.

*Quest’articolo è stato pubblicato su Pagina99we del 14 giugno 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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