La rivista Public Understanding of Science compie vent’anni

La rivista Public Understanding of Science (PUS) festeggia i suoi vent’anni. Il direttore Martin Bauer descrive cosa è stato fatto e cosa ci riserva il futuro. Leggo con una certa regolarità gli articoli del PUS ormai da circa un decennio. Tra i cambiamenti che apprezzo di più c’è l’allargamento al contesto geografico globale, la concezione sempre più ampia del termine “scienza”, l’interdiscinarietà e la transdisciplinarità delle ricerche pubblicate.
Quando nel 2009 Bauer assunse la direzione della rivista, chiarì bene nel suo primo editoriale che l’oggetto di ricerca specifico esplorato dal PUS è “il territorio contestato del senso comune”. Il sociologo inglese riproponeva in termini nuovi una questione filosofica antica: esiste una continuità fra scienza e senso comune o c’è un “gap epistemico” incolmabile tra le due attività e mentalità?
Uno degli scopi della rivista è dimostrare quanto la linea di confine sia una variabile storica e non una costante metafisica. La comunicazione della scienza è il processo attraverso il quale si cerca di spostare il limite da una parte o dall’altra. In ultima analisi essa a che fare con domande profonde sul piano filosofico, cos’è la verità scientifica, e sul piano sociologico, qual è la verità che conta di più nella società in un determinato momento storico.
Di solito, tali questioni sono poco presenti nelle pratiche di chi “fa la comunicazione della scienza”. I professionisti, legittimamente, si pongono interrogativi più pragmatici e tangibili: cosa funziona e perché. Da questa prospettiva guardano forse con interesse agli strumenti empirici delle scienze sociali e del comportamento, ma raramente sono interessati alla prospettiva di fondo. Eppure, nonostante sia comprensibile, perdere di vista l’orizzonte più ampio ha delle conseguenze non di poco conto. Si perde di vista il fatto che la comunicazione della scienza ha uno spessore ben più ampio di quello della mera semplificazione, ma soprattutto si rischia di non capire lo specifico della propria professione rispetto ad altri settori della comunicazione. I vent’anni della rivista PUS ci ricordano che comunicare la scienza significa definire le caratteristiche del “contestato territorio del senso comune” e contribuire a stabilire che cos’è vero e cosa non lo è. Non è poco.

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Le malattie infettive nella vita di tutti i giorni

Il Public Understanding of Science dedica un numero speciale alla percezione e alla comunicazione sulle malattie infettive secondo un approccio innovativo. Come descritto nell’editoriale introduttivo, gli autori dei contributi adottano una prospettiva che si concentra sui contenuti, il discorso, il significato collettivamente condiviso e costruito, le questioni identitarie legate alle modalità con cui tutti noi integriamo emergenze come l’influenza aviaria, il virus Ebola, la Sars nella vita quotidiana.
Contrariamente alla tradizionale ricerca sulla percezione del rischio, l’attenzione non è focalizzata su aspetti come la severità, la vulnerabilità o la suscettibilità percepita, ma su come le persone attribuiscono un senso alle malattie infettive rispetto a questioni sociali più ampi.
Scrivono gli autori che esaminare il problema sotto “sotto questa lente è urgente perché la comprensione pubblica delle malattie infettive condiziona un’ampia varietà di fenomeni, che vanno dai comportamenti collettivi alla fiducia o sfiducia nei confronti delle autorità, al rispetto delle raccomandazioni delle autorità pubbliche in materia”.
Il risultato è che il contesto culturale e sociale in cui la costruzione del significato attorno alle malattie infettive ha luogo è essenziale per comprendere le diverse reazioni a differenti malattie.

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Dal PUS al PEST, discussioni ricorrenti nella comunicazione della scienza

Sulla mailing list del psci.com, un portale britannico dedicato a fornire le migliori risorse internet sulla comunicazione della scienza e sul coinvolgimento pubblico su scienza e tecnologia, si sta discutendo del passaggio dal Public Understanding of Science (PUS) al Public Engagement with Science and Technology (PEST). Se ne discute da tempo. Tanti ne hanno già scritto, compreso io, secondo diverse prospettive.
Riporto la questione per mettere in evidenza il fatto che nella riflessione sulla comunicazione della scienza spesso si “reinventa la ruota”. Prima o poi spunta qualcuno che dice che è finito il deficit model, bisogna passare al dialogo, alla partecipazione. Va avanti così fin dagli anni ’90.
Il reiterarsi di queste discussioni dimostra quanto ancora non ci sia un corpus di concetti, teorie e conoscenze condiviso e riconosciuto da coloro che si occupano di comunicazione della scienza sia dal punto di vista teorico che professionale. Interessante comunque quanto dice, in una delle mail, Heather Rea, coordinatore e project manager dell’Edinburgh Beltane, un centro per il Public Engagement in Scozia:

“The model that I find most useful is to consider engagement as a spectrum of
activities ranging from the one-way information provision (books, lectures, media and PUS) through the two way engagements such as involvement/dialogue, consultation etc all the way to empowerment (eg citizens jury’s/ deliberation).

Some may think this as an increasing scale of desirability ie we should all be aiming to empower people. But the truth is that in order to empower, you must also carry out all the other activites on the scale including informing.”

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