Recensione – The Death of Expertise

deathexpertise “Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli spiegatori e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini.”

È un estratto, disponibile sul sito del magazine IL del Sole 24 Ore, del libro The Death of Expertise, volume di cui si sta discutendo molto negli ultimi mesi soprattutto negli Stati Uniti. Recensito tra gli altri dal New York Times, The Conversation, Diplomatic Courier, il testo sarà disponibile in italiano nel 2018 ma la sua lettura è già stata consigliato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni all’ultimo Forum di Cernobbio.

L’attenzione della politica non stupisce. Il libro scritto da Tom Nichols, professore di National Security Affairs all’US Naval War College di Newport, Rhode Island, affronta un tema cruciale per la tenuta delle democrazie liberali: il rapporto tra esperti e cittadini. Una relazione segnata da tensioni crescenti e ricorrenti, di cui Nichols cerca di esaminarne le ragioni e di indicare qualche possibile rimedio prima di un fatale collasso.

Sottotitolato The Camping Against Established Knowledge and Why It Matters, il volume indaga le principali forze in gioco impegnate nel ridurre il ruolo dell’expertise negli attuali processi di formazione dell’opinione pubblica.
Forze che promuovono la credenza, se non la pretesa, che qualunque opinione sia ugualmente valida e ogni prospettiva sia degna di considerazione, con conseguenze imprevedibili, perché, come scrive Nichols, “quando la democrazia è intesa come una richiesta indefinita di opinioni prive di fondamento, tutto diventa possibile, inclusa la fine stessa della democrazia e del governo repubblicano”. Il focus del libro è sugli Stati Uniti, ma gli esempi raccolti da Nichols per supportare la crescente avversione nei confronti degli esperti si ritrovano simili in molti altri paesi, Italia inclusa.

Nichols sottolinea subito che la resistenza alle autorità intellettuali della società statunitense ha radici profonde: il mito romantico della saggezza dell’uomo comune e del buonsenso del genio autodidatta non è mai tramontato oltre Atlantico. Lo aveva già sottolineato Alexis de Tocqueville quasi duecento anni fa nel classico La democrazia in America: la sfiducia nei confronti dell’autorità intellettuale è insita nella natura della democrazia oltreoceano.

Cosa è cambiato allora rispetto al passato? Primo, sostiene l’autore di The Death of Expertise, il fatto che i social media danno voce agli “spiegatori” come mai era accaduto finora. Secondo, non è tanto la riluttanza verso la conoscenza ufficiale a preoccupare, ma “l’emergenza di un’ostilità positiva nei confronti di tale conoscenza”, sempre più manifesta nella prevalenza delle emozioni sulla ragione, nella confusione della linea di separazione fra fatti, opinioni e vere e proprie menzogne, nel negazionismo sui vaccini e sul cambiamento climatico, e forse più di tutto, nell’elezione di Donald Trump. In altre parole, ci dice Nichols, gli esperti non sono mai stati troppo simpatici, ma almeno fino a non molto tempo fa, le chiacchiere da bar rimanevano tali e, al dunque, la professionalità di persone con decenni di lavoro alle spalle veniva riconosciuta.

Pur non avendo la profondità analitica di testi come L’assalto alla ragione di Al Gore o La Rivolta delle élite di Christopher Lasch, da poco riproposto da Neri Pozza in Italia, per non citare raccolte accademiche in ambito sociologico o recenti volumi di stampo filosofico come Scienza e democrazia di Pierluigi Barrotta, il libro è un’utile rassegna delle cause che hanno permesso nell’era di Internet la diffusione di una visione fiera e virtuosa dell’ignoranza. L’elenco è lungo.

In primo luogo, il saggista americano sottolinea il ruolo giocato dai pregiudizi mentali con cui giudichiamo i fatti, in particolare il bias di conferma, fenomeno cognitivo che ci spinge a ricercare, selezionare e interpretare informazioni che confermano le nostre convinzioni o ipotesi, e viceversa, a ignorare o sminuire quelle che le contraddicono. Se n’è parlato molto negli ultimi tempi anche grazie ai risultati delle scienze sociali computazionali applicate allo studio delle dinamiche comunicative sui social media. Le ricerche di Walter Quattrociocchi e del suo gruppo del Laboratory of Computational Social Science all’IMT di Lucca hanno ad esempio mostrato quanto la rete amplifichi la tendenza a circondarsi di persone che la pensano come noi e quanto siamo poco disponibili a considerare visioni del mondo diverse dalle nostre. I social si rivelano uno straordinario amplificatore del pregiudizio di conferma e portano alla formazione di camere di risonanza fortemente polarizzate che comunicano pochissimo tra di loro, le ormai famose echo-chamber.

Nichols denuncia poi la complicità dell’attuale sistema dell’istruzione superiore americano nel favorire l’indebolimento della relazione tra esperti e cittadini. A essere messa sotto accusa è la tendenza a considerare gli studenti universitari sempre più come clienti e non come persone a cui insegnare come comprendere la realtà nel senso più ampio possibile. Tale orientamento è il risultato dell’affermazione di politiche di privatizzazione finalizzate ad accaparrarsi più fondi e allievi possibili, secondo logiche di marketing e a scapito di una visione non utilitaristica della conoscenza e della formazione. Nichols cita come esempio dell’attuale deriva mercantilistica dei sistemi accademici l’eccessiva rilievo attribuito alle valutazioni degli studenti nei confronti dei professori. Un’attenzione che a suo modo di vedere alimenta l’idea di poter giudicare chi ne sa più di noi senza troppe remore. L’approccio orientato al consumatore legittima inoltre il ricorso alle emozioni quale ultima e incontestabile diga argomentativa contro l’evidenza di dei fatti. Ma l’università, ammonisce Nichols, non può essere ridotta semplicemente a un altro business e gli studenti non hanno sempre ragione.

Non può poi mancare nella lista il cosiddetto effetto Google, l’illusione di diventare esperti di qualunque argomento con veloci e superficiali ricerche su Internet. Fenomeno a cui è legato il declino del giornalismo tradizionale, messo in crisi da una concorrenza online basata su modelli di business che rendono sempre più raro il lento e costoso lavoro investigativo necessario per l’informazione di qualità e favoriscono, viceversa, clickbaiting e diffusione di fake news al solo scopo di generare rendite pubblicitarie più elevate.

Se su questi ultimi punti l’analisi non è particolarmente approfondita, la parte forse più originale del libro è quella in cui vengono individuate le responsabilità degli stessi esperti nell’erosione della fiducia nei confronti dell’expertise. Sul banco degli imputati non ci sono dunque solo “la società” o “i cittadini”, ma gli errori, le frodi, l’arroganza, il cinismo, la perdita di contatto con la realtà da parte dell’élite politica e intellettuale. Cosa possono fare allora gli esperti per cercare di evitare la secessio plebis? Nichols offre ai suoi colleghi diversi suggerimenti, ma quello principale è di contrastare scientificamente il pregiudizio di conferma, problema che riguarda tutti ma che ha effetti pesanti sulla credibilità istituzionale quando a esserne vittima sono manager, accademici, ricercatori, agenti della comunicazione, tecnocrati.

Nella descrizione del saggista americano, la combinazione di tutti questi fattori crea un vortice di irrazionalità che indebolisce una delle basi su cui si fonda la democrazia: la fiducia nei confronti del sapere certificato. Quando questo accade, conclude Nichols, non solo diventa impraticabile il funzionamento di società complesse, ma la democrazia stessa entra in una spirale mortale che portare al populismo o alla tecnocrazia, entrambi esiti autoritari del collasso del rapporto tra esperti e non-esperti.

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Recensione – Geeks Bearing Gifts

“Ci sono molte possibilità per il giornalismo nei prossimi anni, a patto di smettere di credere che il giornalismo sia nel business dei mass-media e dei contenuti”

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Una notizia rassicurante per chi è interessato al futuro del giornalismo: ci sono molti futuri possibili. È il presupposto da cui muove l’ultimo libro dell’esperto di media statunitense Jeff Jarvis, dal titolo Geeks Bearing Gifts: Imagining New Futures for News, pubblicato da poco negli Stati Uniti per la CUNY University Press.

Un primo merito del volume di Jarvis, professore associato e direttore del Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism alla City University di New York (CUNY), è di non avventurarsi in previsioni sempre meno attendibili su, ad esempio, quando finirà la carta o sulle meravigliose sorti e progressive dell’ultima app che salverà il giornalismo. Il suo è invece un forte invito alla sperimentazione e all’innovazione. Il futuro delle notizie, scrive l’analista dei media tra le voci più stimate del panorama americano, va costruito insieme ai diversi protagonisti dell’attuale ecosistema mediale, abilitati dall’universo digitale a segnare in modo sempre più significativo, come nel caso di Google e Facebook, la ristrutturazione del sistema dell’informazione.

Il campo giornalistico in cui i professionisti dell’informazione dovranno provare a ridefinire il loro ruolo e le loro pratiche è ormai popolato dai “regali tecnologici dei geek”. Sono doni che non si possono rifiutare e che permettono nuove relazioni, nuove forme e nuovi modelli di business per le notizie.
Jarvis si muove su questi tre assi, che corrispondono alle parti in cui è suddiviso il volume, per presentare la sua visione dei futuri possibili per l’informazione. La sua prospettiva si coglie pienamente a partire dall’ampia definizione che dà del giornalismo, presentato come un’attività finalizzata in primo luogo ad “aiutare una comunità a organizzare meglio la propria conoscenza in modo tale che possa organizzare meglio se stessa”. Nascosti dietro questo punto di vista ci sono i riferimenti teorici su cui si basa la posizione di Jarvis. In alcuni casi si tratta di visioni dirompenti rispetto al passato.

Il richiamo alla comunità sottolinea ad esempio il fatto che il giornalismo non è più nel business dei mass-media. Internet non ha ucciso la carta, la radio o un altro medium: “quello che ha ucciso”, scrive Jarvis, “è l’idea di massa”, una visione su cui le imprese giornalistiche hanno costruito un sistema monopolistico di produzione, distribuzione e consumo delle notizie.

Al posto di masse indifferenziate, la rete ha fatto emergere cittadini e comunità che vanno servite dai giornalisti. Ma soddisfare i bisogni specifici delle persone significa che le competenze maggiori bisogna averle nel campo delle relazioni, più che nella produzione di testi.

Altro peccato mortale: se il giornalismo deve rispondere alle esigenze delle comunità non solo rinuncia a dettare l’agenda, ma il suo business principale non è più quello dei contenuti. O meglio, i contenuti sono solo una delle possibilità di portare valore aggiunto al flusso continuo di informazioni dell’ecosistema. Il ruolo sociale del giornalista può però essere molto più variegato: può operare ad esempio come fornitore di servizi, organizzatore di eventi, educatore, incubatore di iniziative. Tutte funzioni che evidentemente incidono sulle nuove forme possibili per le notizie.

Al posto dell’articolo, unità atomica della pratica giornalistica, la notizia può prendere le sembianze di dati, di servizi per connettere le persone, di piattaforme per favorire la condivisione, la conversazione, la selezione, la cura e la qualità dell’informazione. Un’esplosione di possibilità che intacca un altro totem della tradizione: la convinzione che la principale funzione giornalistica sia quella di raccontare storie.

Se si è disposti ad abbandonare questi presupposti, molto radicati, allora secondo Jarvis si aprono scenari inediti, anche per la sostenibilità economica del giornalismo. Nell’ultima parte del libro lo studioso americano offre numerosi esempi in questo senso derivanti soprattutto dalla sua esperienza di ideatore e direttore, alla CUNY, del primo programma al mondo di giornalismo imprenditoriale. In questo contesto gli studenti si confrontano con problemi di natura imprenditoriale e sperimentano progetti concreti.

Le proposte di Jarvis a prima vista sembrano dirigersi decisamente nella direzione di una discontinuità radicale con il passato. In parte è così, anche se a uno sguardo più attento, il volume dell’analista americano si può leggere come un appello al recupero delle funzioni sociali profonde dell’informazione professionale. La sua definizione di giornalismo come principio organizzatore delle comunità risuona infatti efficacemente con quella di alcuni tra gli studiosi più profondi del sistema dell’informazione che, ancora prima di Internet, sottolineavano come il compito principale della funzione giornalistica fosse quello di “attribuire un senso, una direzione, un percorso all’esigenza di condivisione degli individui, al loro bisogno di entrare in relazione, di costruire appartenenze” (si veda C. Sorrentino, E. Bianda, Studiare giornalismo, Carocci, 2013, p. 26).

Se quindi è vero che gli operatori dell’informazione hanno davanti a sé diversi futuri possibili, è anche vero che questi andranno costruiti sui fondamentali del giornalismo, preservando i tratti identitari profondi della professione. Da questo punto di vista il libro di Jarvis è un ottimo esempio di come raggiungere nuovi equilibri e sperimentare innovazioni per recuperare, selezionare e valorizzare il meglio del giornalismo, liberandosi allo stesso tempo delle scorie su cui ancora troppo tempo si spende quando si discute del suo futuro.

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