Un’indagine sistematica sulla ricerca in comunicazione della scienza

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Gerber, A. et al. (2020): Science Communication Research: an Empirical Field Analysis.

Da diversi anni, gli addetti ai lavori si pongono la questione se la comunicazione della scienza sia una disciplina accademica. Secondo una recente ricerca condotta dallo studioso tedesco Alex Gerber insieme ad altri colleghi, la risposta è definitivamente affermativa. La conclusione è il risultato di un’indagine che ha rintracciato modelli, argomenti, metodologie utilizzati negli ultimi decenni nella ricerca in comunicazione della scienza con l’obiettivo di identificarne punti di forza e di debolezza .

I ricercatori hanno combinato un’analisi bibliometrica e del contenuto di circa 3000 pubblicazioni con una serie di interviste a esperti internazionali e una rassegna della letteratura grigia nell’arco di quarant’anni. In passato, altri studi avevano esaminato lo sviluppo storico della comunicazione della scienza con lo scopo di definirne lo status in termini accademici (si veda ad esempio qui, qui e qui). Poche altre ricerche di questo tipo sono state realizzate con un approccio quantitativo come fatto nello studio di Gerber.

Secondo Trench e Bucchi (2010), una qualunque attività di ricerca per definirsi compiutamente accademica deve soddisfare una serie di criteri, tra cui: essere un campo di studi delimitato; essere praticata da persone che condividono interessi, termini e concetti; avere una presenza significativa in corsi universitari; avere una portata internazionale, nonché riviste e pubblicazioni accademiche specialistiche di riferimento; essere solida sul piano teorico.

Gerber e colleghi sostengono che la ricerca in comunicazione della scienza sia maturata come campo accademico, ma rimangono alcune difficoltà e questioni da risolvere.

Il documento elenca innanzitutto cinque grandi sfide:

1. La maggior parte delle ricerche in letteratura si basa su casi di studio. Mancano quasi del tutto lavori longitudinali, comparativi e sistemici.

2. La comunicazione della scienza è studiata secondo diverse prospettive, ma non si è ancora arrivati a una reale integrazione interdisciplinare.

3. C’è un forte divario fra pratica e ricerca, tra professionisti e studiosi della comunicazione della scienza, che si conoscono e si parlano poco tra di loro.

4. Numerose conferenze negli ultimi anni hanno registrato la mancanza di ricerca applicata.

5. C’è poca diversità nei temi di ricerca. Come risultato, alcuni pubblici e attori non sono sufficientemente rappresentati, come ad esempio le persone emarginate o quelle generalmente disinteressate alla scienza. I dati mostrano anche l’interesse crescente nei confronti delle scienze della vita.

Secondo gli esperti intervistati, gli ambiti in cui infine ci sarebbe bisogno di più ricerca sono i seguenti:

1. La formazione degli atteggiamenti, della fiducia e dei valori nei confronti della scienza e dell’innovazione e le modalità di consumo delle informazioni.

2. L’ecosistema dei media digitale e la comparsa di nuovi intermediari nella comunicazione della scienza.

3. L’impatto di attività di comunicazione sulle policy riguardanti scienza e innovazione.

4. La governance della comunicazione. I finanziatori della ricerca si aspettano o addirittura richiedono sempre più forme specifiche di comunicazione come parte del finanziamento e/o della valutazione delle proposte e dei risultati. Questi aspetti sollevano sempre più interrogativi su come una tale comunicazione debba essere gestita e monitorata (ad esempio per quanto riguarda incentivi e riconoscimenti) e come possa essere valutato al meglio il suo impatto.

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5 miti su scienza, media e pubblico

È da tempo che lo studioso americano Matthew Nisbet sta facendo un gran lavoro di valorizzazione dei risultati della ricerca in comunicazione della scienza. In questo articolo scritto insieme al collega Dietram Scheufele e pubblicato circa un mese fa su TheScientist, vengono elencati i luoghi comuni più ricorrenti sul rapporto tra scienza, media e pubblico:
1. Gli americani non si fidano più degli scienziati. (se al posto degli americani mettete europei o italiani il mito persiste)
2. Il giornalismo scientifico è morto.
3. I media di intrattenimento promuovono una cultura antiscientifica.
4. Il problema è il pubblico, non gli scienziati o i policy makers.
5. Le convinzioni politiche non influenzano il giudizio degli scienziati.
Nisbet e Scheufele mostrano come la ricerca sociale e quella sui media non confermi nessuna di queste affermazioni. Nonostante ciò si tratta di miti persistenti, probabilmente funzionali alla sopravvivenza di nicchie intellettuali di pasdaran neopositivisti, speculari a quelle di fanatici oscurantisti, ma non alla scienza e all’innovazione sociale che ne può derivare.

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La scienza della comunicazione della scienza

“La scienza della comunicazione della scienza sarà essenziale nell’aiutarci a realizzare sforzi nuovi e più efficaci per interagire in modo produttivo nell’interfaccia tra scienza e società”. L’affermazione è di Alan Leshner, direttore generale dell’American Association for the Advancement of Science. In un editoriale pubblicato sull’ultimo numero di Science, di cui Leshner è editore esecutivo, lo scienziato americano fa un ragionamento su cui non posso che essere d’accordo.
Qui alla Sissa di Trieste abbiamo messo su da diversi anni un gruppo di ricerca e di riflessione sulla comunicazione della scienza. Non siamo riusciti fino a questo momento a strutturarlo secondo le prescrizioni dell’accademia italiana ma rimaniamo attivi nello stimolare incontri, pubblicazioni, studi. Non senza fatica. Non si contano le volte che ho incontrato lo scetticismo di studiosi e professionisti. La ricerca sulla comunicazione della scienza? Fuffa, mi hanno detto in confidenza “cari” amici del settore.
Leshner la pensa diversamente. E non si tratta di un parere qualsiasi. Sia perché è l’opinione del direttore generale della più grande associazione di scienziati al mondo, sia perché non arriva a caso. Leshner ha studiato il problema, si è confrontato con gli esperti di scienze sociali e del comportamento, ha partecipato a conferenze sul tema.
Nel suo editoriale riporta tre acquisizioni importanti della ricerca contemporanea sulla comunicazione della scienza:
-le visioni ideologiche e personali hanno un influenza maggiore della comprensione dei fatti;
-l’aumento della conoscenza su un tema scientifico non sposta necessariamente le posizioni in gioco;
-perché ci sia un effetto significativo negli orientamenti pubblici è determinante la cornice nella quale un problema scientifico è inquadrato.
Se avete voglia di capire meglio le argomentazioni di Leshner vi rimando alla lettura completa del suo editoriale. A me importa sottolineare che i risultati ricavati da attività di ricerca strutturata costituiscono informazioni fondamentali per l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di attività di comunicazione che siano efficaci anche, e soprattutto, per chi ha a cuore il ruolo della scienza nella società, in primis gli scienziati. Senza ricerca non si può che reinventare la ruota.
Non so se c’è mai stato un tempo in cui ci si poteva permettere di trascurare il problema. So che oggi quel tempo è finito. Non si può pensare di affrontare questioni epocali come i cambiamenti climatici, gli organismi geneticamente modificati o le problematiche energetiche con il kit del buon comunicatore che apre la sua cassetta degli attrezzi e risolve i problemi come un idraulico che viene a riparare il tubo dell’acqua rotto.
I comunicatori della scienza, soprattutto in questo momento storico, non possono scindere la loro componente artigianale dalla riflessione sul proprio lavoro confrontandosi e stimolando la (scarsa) ricerca nel settore.
Non vi nascondo che l’editoriale di Leshner è un balsamo per chi come noi crede da anni nel fatto che, soprattutto in ambiente scientifico, debba maturare il rispetto nei confronti della ricerca in comunicazione della scienza e la consapevolezza della sua utilità. C’è bisogno di scienza nella comunicazione della scienza. Lo scrive Leshner e per quel che vale lo penso fortemente anche io.

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L’identità fragile della comunicazione della scienza

immagine da appuntidigitali.it

Brian Trench ha terminato da poco un’analisi internazionale sullo stato di salute della comunicazione della scienza come disciplina accademica. Negli ultimi venticinque anni si sono moltiplicati in tutto il mondo corsi e programmi universitari di vario tipo, inclusi percorsi di ricerca a livello dottorale. Se c’è qualcosa che accomuna queste iniziative è la loro diversità. Un aspetto che può essere visto come “un segno di vitalità ma anche una condizione di vulnerabilità”. La comunicazione della scienza attraversa o si colloca tra differenti discipline e dipartimenti. Per questo, conclude Brian, “non è spesso ben equipaggiata a difendere se stessa in ambito accademico proprio quando la sua presenza sarebbe più necessaria”.
Condivido a pieno l’analisi di Brian Trench. Lo sforzo fatto negli ultimi anni per affermare la necessità di un’attività formativa e di ricerca professionale per la comunicazione della scienza all’interno dell’università corre il rischio di essere vanificato. La causa diretta sono i tagli imposti dalla crisi economica all’istruzione superiorie. Se i bilanci delle università si fanno sempre più magri, non è difficile immaginare che ad essere soppressi saranno le attività considerate superflue. Probabilmente per molti non si tratta di un grave danno. Mi sono scontrato varie volte con professionisti che cosiderano inutile e superflua la ricerca in comunicazione della scienza. La tensione fra teoria e pratica è solo uno dei punti deboli della questione.
Un paio di anni fa, in uno speciale di Jcom, la rivista di cui sono direttore, avevamo posto a diversi studiosi una serie di questioni sul tema, tra cui: quali sono gli argomenti su cui si deve concentrare la ricerca in comunicazione della scienza e perché? Qual è il suo scopo generale? Qual è il suo reale grado di autonomia da altre discipline? È più corretto trattarla come una sottodisciplina di un’area più ampia o è importante perseguire un’opportuna strategia di “demarcazione del territorio”?
Le analisi degli esperti erano concordi sul fatto che per meritare lo statuto accademico una disciplina deve definire con precisione il suo oggetto d’indagine e avere un quadro di riferimento teorico forte. Su entrambi i punti la comunicazione della scienza mostra le maggiori difficoltà.
La sua fragile identità è rispecchiata dalla pluralità di offerte formative descritte da Brian Trench nel suo lavoro. Quando i corsi di comunicazione della scienza nascono all’interno di dipartimenti scientifici prevalgono gli insegnamenti di fisica, matematica, biologia e l’approccio teorico è quello della divulgazione. Se gli insegnamenti si trovano all’interno di scuole di giornalismo si mette l’enfasi sulla pratica. Se, più raramente, le iniziative formative sono nelle facoltà di scienze sociali o umanistiche, assumono rilevanza le implicazioni etico-politico-sociali della scienza e diventano cruciali sul piano comunicativo le strategie di coinvolgimento pubblico.
Per quanto siano state individuate delle ampie aree disciplinari in cui confluiscono i corsi di comunicazione della scienza (scienze naturali, studi sull’educazione formale e informale, studi sociali sulla scienza, studi di comunicazione), non c’è insomma un terreno condiviso. Non è stato identificato un nucleo di insegnamenti comuni che potremmo definire l’ “unità minima” di conoscenze del comunicatore della scienza, sia per lo studioso della materia che per il professionista.
Uno dei compiti della ricerca universitaria in questo settore dovrebbe essere l’idagine e la possibile soluzione del problema identitario. L’analisi di Trench mostra che il momento non è dei più favorevoli, ma non bisogna pedere di vista l’importanza della questione. Nonostante lo scetticismo di molti professionisti, la pratica ha molto da guadagnarci se può fare riferimento a un insieme di competenze e conoscenze in grado di caratterizzare i comunicatori della scienza come portatori di un valore aggiunto unico in diversi ambiti lavorativi (giornalismo, museologia, organizzazione eventi, editoria, brokering della conoscenza, progetti di ricerca, ecc.). D’altra parte avere a disposizione un riferimento teorico forte permette di comprendere meglio quello che si fa in pratica e di modificare consapevolmente le proprie azioni per raggiungere gli obiettivi di comunicazione.

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