Il giornalismo scientifico nei paesi in via di sviluppo

Luisa Massarani su Scidev.net scrive che sappiamo poco o nulla dei giornalisti scientifici in paesi come l’India, il Brasile, la Cina. Ci sarebbe un gran bisogno di conoscere se in queste nazioni, ad esempio, sono più uomini che donne a scrivere di scienza, se sono freelance o assunti a tempo pieno, se le pratiche cambiano col contesto, ecc.
Per il momento si hanno a disposizione soltanto risultati parziali relativi al Sud America da cui risulta che il giornalismo scientifico è una professione svolta prevalentemente da donne e giovani, con una visione molto positiva della scienza e a tempo pieno.
Rimangono comunque diverse questioni aperte e tanto lavoro da fare per avere un quadro confrontabile anche con la situazione nel mondo occidentale.
Chi vuole aiutare Luisa a realizzare un’indagine di respiro internazionale può compilare il seguente questionario.

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Scienziati in rete: alla ricerca di nuove regole di comunicazione

Immagine da Scidev

Grazie a una segnalazione di Eleonora Pantò, vi suggerisco, a mia volta, un articolo di Jennifer Rohn, pubblicato poco tempo fa su Scidev. L’argomento affrontato da Jennifer, abbastanza nota nell’ambiente per le sue iniziative su scienza e letteratura (vedi il sito LabLit.com), è come gli scienziati possano usare i social media digitali e le tecnologie connettive per promuovere e diffondere il proprio lavoro. Sono descritti gli esempi più innovativi in circolazione e varrebbe la pena darci un’occhiata anche solo per questo.

L’aspetto che mi ha incuriosito di più è però un altro e riguarda le raccomandazioni finali sull’uso di blog, twitter, facebook, ecc. Jennifer indica alcuni comportamenti “adeguati”. L’operazione sembra neutra, ma in realtà rispecchia interrogativi profondi su come la comunicazione in rete potrebbe modificare il lavoro degli scienziati.

In epoca pre-digitale ai ricercatori erano molto più chiare le regole di una comunicazione “adeguata”, basata su una definizione abbastanza netta e condivisa tra comunicazione interna ed esterna. Le violazioni erano e sono frequenti, indipendentemente dall’avvento di Internet, ma più meno si capiva come riconoscerle e tutti, almeno sulla carta, erano d’accordo nel sanzionarle.

La rete ha confuso molto le acque. Se, ad esempio, un ricercatore scrive sul suo blog di una ricerca prima della pubblicazione sta anticipando risultati che meriterebbero ulteriori conferme? Compromette il lavoro dei suoi colleghi? Ha degli interessi a presentare delle anticipazioni di uno studio non concluso? Sta semplicemente divulgando il suo lavoro per finalità promozionali? Sta comunicando ad altri scienziati per definire il terriotorio di competenza? Sta violando le regole della peer-review?
In altre parole, se ci domandiamo come si stabilisce la legittimità della pubblicazione e condivisione di informazioni da parte di ricercatori in rete, attualmente abbiamo risposte tutt’altro che precise.

Una trasformazione così profonda come quella dovuta all’emergere di un nuovo ecosistema comunicativo non può non avere un profondo impatto sulle procedure con cui viene veicolata, condivisa e certificata la conoscenza. In particolare quella scientifica, che si è data delle regole molto precise sulle modalità di comunicazione tra pari e rispetto ad altri attori sociali. Queste modalità si sono definite storicamente e sono basate su un’etica rigorosa.

Non è un caso allora che Jennifer Rohn si sforzi di tracciare un nuovo confine nello sconfinate praterie della rete. Credo che i prossimi anni vedranno molti altri impegnati in questo esercizio. Non bisogna sottovalutare che da come verrà costruito il nuovo recinto comunicativo dipenderà molto della credibilità sociale di cui continuerà a godere la scienza.

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Gli scienziati devono comunicare, secondo i cinesi

Immagine tratta da Scidev.net Flikr/keso

La ricerca riportata da Scidev.net sulla fiducia che i cinesi nutrono nei confronti della scienza è in linea con i risultati di indagini simili in altre parti del mondo: in Cina fanno molto affidamento nei ricercatori e sono disposti a dare molto più ascolto a loro che ai politici.
Quello che sorprende di più, sempre secondo l’indagine del China Institute of Science Communication, è però che il 92% degli intervistati sostiene che la cosa più importante che gli scienziati devono fare, oltre all’usuale attività di ricerca, è comunicare.
Non è la prima volta che il paese asiatico sorprende per il forte desiderio di comunicazione della scienza. Qualche tempo fa, ad esempio, la China Association for Science and Technology annunciò di voler raddoppiare il numero di professionisti del settore per arrivare, entro il 2020, a un numero di circa quattro milioni.

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