Recensione – Gli scienziati come scrittori

Scrivere bene di scienza è come raccontare una storia di fiction. È su quest’analogia che si gioca l’aspetto più interessante e innovativo del manuale Writing Science, dello scienziato ambientale americano Joshua Schimel.
Diversamente da tanti volumi dedicati alla scrittura scientifica professionale, Schimel non dà istruzioni su come pubblicare un paper, ma, molto più significativamente, su come sperare di essere citati. Per evitare l’oblio, gli scienziati devono pensare e agire come scrittori professionisti.
Essere accostati a dei “fabbricanti di storie” provoca probabilmente un istintivo e sincero scetticismo da parte di molti ricercatori. Lo sa bene Schimel, che risponde a questa diffidenza con esempi concreti. Lo studioso americano è abile nel dimostrare che molti paper famosi nella storia della scienza hanno tutte le caratteristiche delle narrazioni efficaci.
La ricchezza, la quantità e il dettaglio dell’analisi dei testi illustrati nei ventuno agili capitoli di Writing Science aggiungono credibilità alle tesi di Schimel. Per fare buona scienza bisogna raccogliere dati con metodo, avere profonde capacità analitiche, conoscere la letteratura e possedere tante altre qualità. Ma non basta, ammonisce lo scienziato americano. Bisogna imparare a raccontare storie appassionanti che rimangano impresse nella memoria. In altre parole bisogna imparare a scrivere bene perché, ed è questo in fondo uno dei messaggi principali del volume che Schimel rivolge soprattutto ai giovani scienziati, “scrivere bene significa pensare bene”.

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Problemi nel science writing

Immagine presa dal sito ok4me2.net

Sono tempi difficili per il giornalismo scientifico. Nelle ultime settimane due “segnali” mi avevano fatto sorgere il sospetto che i casi di cattive pratiche stessero aumentando. Una ricerca più approfondita in rete me lo ha confermato. Ma andiamo per ordine.
Qualche giorno fa ha fatto scalpore la storia del successo mediatico del paper sull’infondato legame tra OGM e tumori, ben raccontata da Marco Cattaneo sul suo blog. Non molto tempo prima uno studio di Plos, riportato da Oggiscienza, mostrava che gli abstract scientifici delle riviste accademiche tendono spesso a esagerare la portata dei risultati delle ricerche, con conseguenze facili da immaginare sul sensazionalismo dei comunicati stampa e degli articoli giornalistici che ne derivano. Questi i primi due indizi.
Mi sono messo a cercare meglio e ho scoperto che il KSJTracker, un paio di giorni fa, ha dedicato un post a un’altra ricerca da poco pubblicata su Plos One dal titolo molto chiaro: “Why Most Biomedical Findings Echoed by Newspapers Turn Out to be False: The Case of Attention Deficit Hyperactivity Disorder“. Da lì sono arrivato, tramite una lettura critica sul ciclo della notizia scientifica, a un articolo che conferma la mia sensazione di questi giorni.
Seth Mnookin, autore del libro The Panic Virus, a metà settembre aveva già messo in fila, molto meglio di me, una serie di casi negativi di giornalismo scientifico americano degli ultimi tempi: una successione di episodi critici che fa impressione.
Mnookin riassume più o meno così quello che è successo in poche settimane: science writer importanti e famosi si sono rivelati degli imbroglioni; testate che dovrebbero essere esempi di alta qualità giornalistica permettono la diffusione di confuse speculazioni pseudoscientifiche; i ricercatori e gli uffici comunicazione degli enti gonfiano i risultati di ricerca per ottenere una copertura mediatica sensazionalistica; la gran parte delle conclusioni delle ricerche raccontate dai giornalisti scientifici si rivelano successivamente infondate. Se volete capire più a fondo le argomentazioni del condirettore del MIT’s Graduate Program in Science Writing vi consiglio la lettura completa del suo post. Vale la pena.
Nonostante tutto Mnookin alla fine è ottimista e vede il bicchiere mezzo pieno nelle possibilità offerte dalla rete. Sono d’accordo soprattutto rispetto al fatto che Internet sta scompaginando le regole e le consuetudini del giornalismo scientifico tradizionale. Va comunque fatta una riflessione. Cosa sta succedendo al giornalismo scientifico? I casi descritti sono eventi isolati oppure ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo, a una mutazione nelle pratiche, nelle epistemologie, nei processi del science writing, tutta da scoprire e da analizzare, e di cui gli esempi critici, nonostante tutto, sono una manifestazione? Io credo più in questa possibilità rispetto a quella di relegare le cattive pratiche elencate da Mnookin nel cestino delle “mele marce”.
Un’ipotesi utile su cui lavorare secondo me è quella di verificare se molte delle vicende descritte non si possano spiegare, almeno parzialmente, con la difficoltà del giornalismo scientifico di adattarsi alle caratteristiche dell’ecosistema mediatico digitale.

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Risorse per gli scienziati-comunicatori

Immagine presa dal sito ok4me2.net

A distanza di pochi giorni Bora Zivkovic, editor di Scientific American, e Marina Joubert, comunicatrice della scienza sudafricana, forniscono ricche bibliografie e suggerimenti vari per ricercatori che vogliono interagire meglio sia con i propri colleghi che con pubblici di non-addetti ai lavori.
Bora sul suo blog elenca, in collaborazione con la collega Catherine Clabby, numerosi libri e risorse web su come bloggare e twittare ai convegni, fare presentazioni e poster efficaci, scrivere un libro divulgativo o un articolo per un quotidiano e tanto altro.
Marina su Scidev.net fornisce indicazioni utili specifiche per il science writing.
Molto curioso il Gunning Fox Index (GFI) citato nell’articolo. Si tratta di uno strumento in rete che permette di stimare la chiarezza di un testo. Il GFI calcola quanti anni di formazione sono necessari per comprendere facilmente il significato di uno scritto a una prima lettura. Se, per esempio, l’indice è uguale a 10 occorrono dieci anni. La maggior parte degli testi scientifici avrebbe un GFI pari a 40 o anche più…

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Cosa serve per scrivere e vendere un libro di popular science

La sezione Books&Art di nature sta dedicando un web focus al tema “Come si scrive un libro di scienza”. Per cinque numeri Nature intervista degli esperti in diversi ambiti editoriali. Uno dei contributi è un colloquio con Carl Zimmer, uno dei maggiori scrittori di libri di scienza popolare attualmente in circolazione.
Tra i suoi successi, Soul Made Flesh, sulla storia della scoperta del cervello.
Secondo Zimmer una proposta per un libro che convinca un editore deve essere scritto come un articolo per un magazine. Deve coinvolgere ed eccitare il lettore. Deve spiegare all’editore perché dovrebbe pubblicare un libro su quel tema, perché quel tema è importante, come si paragona ad altri libri e perché chi scrive è l’autore giusto.
Detto questo cos’è che fa davvero la differenza? Un buon agente, dice Zimmer. Senza un buon agente è molto difficile addentrarsi e navigare nel mondo dell’editoria, con i suoi riti e la sua cultura.

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Dawkins cita male Primo Levi, almeno secondo Jeremy Bernstein

Jeremy Berstein, fisico e famoso popular science writer americano, ha scritto una recensione del The Oxford Book of Modern Science Writing curato da Richard Dawkins, biologo britannico e autore di best seller come il Gene egoista. La recensione si trova su un numero del The New York Review of Books che sarà disponibile in forma cartacea a partire dall’11 Marzo 2010. Berstein non è molto convinto del lavoro di Dawkins. Si chiede cosa se ne fa un lettore dell’antologia dei testi raccolti da Dakwins. Nelle conlusioni spera che siano solo un antipasto, uno stimolo per il lettore perché approfondisca andando a leggersi gli originali in forma completa.
Non è poi neanche convinto della selezione fatta.
A questo proposito si dilunga su Primo levi e La Tavola periodica. A suo modo di vedere c’erano dei capitoli, come quello intitolato “Cerio”, in cui Levi dava grande prova di scrittura intrecciando la descrizione dell’elemento chimico con la tragica esperienza nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
Dawkins sceglie però di pubblicare il capitolo intitolato “Carbonio” e secondo Bernstein fa un cattivo servizio allo scrittore italiano perché il lettore ha un’impressione completamente sbagliata del perché La Tavola periodica è un grande libro.

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