Trasformare il conflitto in conoscenza: nuovo libro

copertina Nuova scienza nuova politica Qualche settimana fa, io e Mariachiara Tallacchini abbiamo pubblicato un libro sul rapporto tra scienza e democrazia per la casa editrice La libellula con il contributo del Dipartimento di Scienze Giuridiche della Sede di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il volume raccoglie saggi inediti e testi già disponibili in altri contesti editoriali. Una delle idee principali è che la resistenza pubblica alle innovazioni scientifiche e tecnologiche può essere letta come un segno di vitalità democratica e non necessariamente come un ostacolo. Si tratta di un punto di vista di cui potrebbero beneficiare sia le istituzioni, sia la stessa produzione di conoscenza.

Di seguito riporto una parte dell’introduzione:

“La comunità scientifica è in gran parte convinta che la nostra epoca, in particolare nel nostro paese, sia caratterizzata da nuove forme di oscurantismo. Questa reazione è comprensibile. Il dibattito che ha sovente accompagnato l’opposizione agli Ogm, al nucleare, alla sperimentazione animale, alle politiche sui cambiamenti climatici; e, per venire a tempi e vicende nostrane recenti ma di rilievo internazionale, il caso Stamina e il processo dell’Aquila, sembrano giustificare pienamente riflessi difensivi.

Tuttavia, se dietro a molte questioni che hanno toccato il nostro paese esiste la colpevole assenza di una cultura di politica della scienza e la tematizzazione precisa dei rapporti tra scienza, diritto e scelte democratiche, le narrazioni che hanno attribuito la responsabilità di tali eventi all’ignoranza del pubblico hanno dipinto la comunità scientifica come l’ancora di salvezza contro le irrazionalità della politica e proposto scenari esplicativi profondamente riduzionistici, che amputano ampie aree di informazione e riflessione.

Dietro le apparenti resistenze all’innovazione si nascondono realtà e ragioni complesse e in parte inedite per la democrazia e per la produzione di conoscenza, e certamente peculiari della nostra era digitale.
Le zone di tensione fra scienza e società sono fecondi spazi di richiesta di cittadinanza. Esse riflettono una discussione epocale sui significati e le implicazioni dell’accesso alla conoscenza e alle tecnologie, sulle forme di collaborazione della produzione di conoscenza. Indagare queste aree tumultuose di confronto è la chiave per emergere con un quadro radicalmente nuovo del rapporto tra conoscenza e democrazia.

L’espressione democrazia della conoscenza non fa riferimento a decisioni prese a maggioranza sulla conoscenza, bensì a una società in cui le istituzioni politiche, dove l’azione legislativa e di policy dipende sempre più dalla conoscenza scientifica, sono chiamate a rilegittimarsi di fronte ai cittadini nel giustificare in modo trasparente, credibile e accessibile le conoscenze individuate come valide.

Diversamente dalle concezioni della scienza e della comunità scientifica ancora retoricamente ancorate a obsoleti presupposti di validità ed eticità della scienza che non corrispondono più alle dinamiche attuali di produzione del sapere e di funzionamento delle comunità scientifiche, la prospettiva proposta dal saggio presenta una visione dei rapporti tra scienza e democrazia a partire dalle evoluzioni e concezioni attuali dell’una e dell’altra.

Come la corrente idea di democrazia è andata ben oltre il puro governo della maggioranza, ed include elementi di accesso alle informazioni, trasparenza, accreditamento di soggetti e procedure, forme di consultazione e partecipazione dei cittadini, così la produzione di conoscenza scientifica sta aggiornando le pratiche relative all’integrità del sapere scientifico e degli scienziati, le esigenze di eticità e assenza di conflitti di interesse, ripensamento del peer-review, protezione dei risultati dell’innovazione.

L’evoluzione dei due grandi sistemi di costruzione di un sapere condiviso e di regole comuni di convivenza rivela vaste aree di convergenza e di reciproca influenza: se tradizionalmente le società democratiche hanno guardato alle regole di funzionamento delle società degli scienziati come modello di democrazia, oggi la scienza sempre più guarda ai nuovi modi di concepire i criteri di legittimità democratica come luogo di confronto per la propria adeguatezza epistemica ed etica.

Il punto di vista in cui sapere e democrazia si richiamano e sospingono reciprocamente in una continua coevoluzione è poco esplorato, se non osteggiato, in particolare nel nostro paese. La pubblicistica italiana è, ad esempio, più incline a un’immagine oleografica della scienza, in cui, da una parte gli esperti inascoltati detengono il sapere valido, dall’altra i cittadini ignoranti e irrazionali decidono emotivamente si questioni scientifiche.
Tale posizione è il presupposto per richiedere un aumento del numero di scienziati da avviare alla politica e, più in generale, per popolare sempre più le istituzioni con esperti di varia estrazione.

Questa visione della scienza, che la vuole depositaria immutata nel tempo della democrazia e suo nume tutelare, difende strenuamente l’idea che la scienza abbia consentito la nascita della democrazia, ma curiosamente non riconosce ai cittadini nessun titolo per partecipare concretamente al governo della conoscenza e, men che meno, alla sua produzione. In questa prospettiva, peraltro ormai vecchia di oltre mezzo secolo e ancora non toccata dalle sfide delle tecnologie emergenti e della rivoluzione digitale, la democrazia vale “tra” gli scienziati, che impongono “naturalmente” alla società il proprio potere – che risponde unicamente al giudizio dei pari e non può essere assoggettato alla critica delle istituzioni democratiche.”

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Recensione – The Death of Expertise

deathexpertise “Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli spiegatori e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini.”

È un estratto, disponibile sul sito del magazine IL del Sole 24 Ore, del libro The Death of Expertise, volume di cui si sta discutendo molto negli ultimi mesi soprattutto negli Stati Uniti. Recensito tra gli altri dal New York Times, The Conversation, Diplomatic Courier, il testo sarà disponibile in italiano nel 2018 ma la sua lettura è già stata consigliato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni all’ultimo Forum di Cernobbio.

L’attenzione della politica non stupisce. Il libro scritto da Tom Nichols, professore di National Security Affairs all’US Naval War College di Newport, Rhode Island, affronta un tema cruciale per la tenuta delle democrazie liberali: il rapporto tra esperti e cittadini. Una relazione segnata da tensioni crescenti e ricorrenti, di cui Nichols cerca di esaminarne le ragioni e di indicare qualche possibile rimedio prima di un fatale collasso.

Sottotitolato The Camping Against Established Knowledge and Why It Matters, il volume indaga le principali forze in gioco impegnate nel ridurre il ruolo dell’expertise negli attuali processi di formazione dell’opinione pubblica.
Forze che promuovono la credenza, se non la pretesa, che qualunque opinione sia ugualmente valida e ogni prospettiva sia degna di considerazione, con conseguenze imprevedibili, perché, come scrive Nichols, “quando la democrazia è intesa come una richiesta indefinita di opinioni prive di fondamento, tutto diventa possibile, inclusa la fine stessa della democrazia e del governo repubblicano”. Il focus del libro è sugli Stati Uniti, ma gli esempi raccolti da Nichols per supportare la crescente avversione nei confronti degli esperti si ritrovano simili in molti altri paesi, Italia inclusa.

Nichols sottolinea subito che la resistenza alle autorità intellettuali della società statunitense ha radici profonde: il mito romantico della saggezza dell’uomo comune e del buonsenso del genio autodidatta non è mai tramontato oltre Atlantico. Lo aveva già sottolineato Alexis de Tocqueville quasi duecento anni fa nel classico La democrazia in America: la sfiducia nei confronti dell’autorità intellettuale è insita nella natura della democrazia oltreoceano.

Cosa è cambiato allora rispetto al passato? Primo, sostiene l’autore di The Death of Expertise, il fatto che i social media danno voce agli “spiegatori” come mai era accaduto finora. Secondo, non è tanto la riluttanza verso la conoscenza ufficiale a preoccupare, ma “l’emergenza di un’ostilità positiva nei confronti di tale conoscenza”, sempre più manifesta nella prevalenza delle emozioni sulla ragione, nella confusione della linea di separazione fra fatti, opinioni e vere e proprie menzogne, nel negazionismo sui vaccini e sul cambiamento climatico, e forse più di tutto, nell’elezione di Donald Trump. In altre parole, ci dice Nichols, gli esperti non sono mai stati troppo simpatici, ma almeno fino a non molto tempo fa, le chiacchiere da bar rimanevano tali e, al dunque, la professionalità di persone con decenni di lavoro alle spalle veniva riconosciuta.

Pur non avendo la profondità analitica di testi come L’assalto alla ragione di Al Gore o La Rivolta delle élite di Christopher Lasch, da poco riproposto da Neri Pozza in Italia, per non citare raccolte accademiche in ambito sociologico o recenti volumi di stampo filosofico come Scienza e democrazia di Pierluigi Barrotta, il libro è un’utile rassegna delle cause che hanno permesso nell’era di Internet la diffusione di una visione fiera e virtuosa dell’ignoranza. L’elenco è lungo.

In primo luogo, il saggista americano sottolinea il ruolo giocato dai pregiudizi mentali con cui giudichiamo i fatti, in particolare il bias di conferma, fenomeno cognitivo che ci spinge a ricercare, selezionare e interpretare informazioni che confermano le nostre convinzioni o ipotesi, e viceversa, a ignorare o sminuire quelle che le contraddicono. Se n’è parlato molto negli ultimi tempi anche grazie ai risultati delle scienze sociali computazionali applicate allo studio delle dinamiche comunicative sui social media. Le ricerche di Walter Quattrociocchi e del suo gruppo del Laboratory of Computational Social Science all’IMT di Lucca hanno ad esempio mostrato quanto la rete amplifichi la tendenza a circondarsi di persone che la pensano come noi e quanto siamo poco disponibili a considerare visioni del mondo diverse dalle nostre. I social si rivelano uno straordinario amplificatore del pregiudizio di conferma e portano alla formazione di camere di risonanza fortemente polarizzate che comunicano pochissimo tra di loro, le ormai famose echo-chamber.

Nichols denuncia poi la complicità dell’attuale sistema dell’istruzione superiore americano nel favorire l’indebolimento della relazione tra esperti e cittadini. A essere messa sotto accusa è la tendenza a considerare gli studenti universitari sempre più come clienti e non come persone a cui insegnare come comprendere la realtà nel senso più ampio possibile. Tale orientamento è il risultato dell’affermazione di politiche di privatizzazione finalizzate ad accaparrarsi più fondi e allievi possibili, secondo logiche di marketing e a scapito di una visione non utilitaristica della conoscenza e della formazione. Nichols cita come esempio dell’attuale deriva mercantilistica dei sistemi accademici l’eccessiva rilievo attribuito alle valutazioni degli studenti nei confronti dei professori. Un’attenzione che a suo modo di vedere alimenta l’idea di poter giudicare chi ne sa più di noi senza troppe remore. L’approccio orientato al consumatore legittima inoltre il ricorso alle emozioni quale ultima e incontestabile diga argomentativa contro l’evidenza di dei fatti. Ma l’università, ammonisce Nichols, non può essere ridotta semplicemente a un altro business e gli studenti non hanno sempre ragione.

Non può poi mancare nella lista il cosiddetto effetto Google, l’illusione di diventare esperti di qualunque argomento con veloci e superficiali ricerche su Internet. Fenomeno a cui è legato il declino del giornalismo tradizionale, messo in crisi da una concorrenza online basata su modelli di business che rendono sempre più raro il lento e costoso lavoro investigativo necessario per l’informazione di qualità e favoriscono, viceversa, clickbaiting e diffusione di fake news al solo scopo di generare rendite pubblicitarie più elevate.

Se su questi ultimi punti l’analisi non è particolarmente approfondita, la parte forse più originale del libro è quella in cui vengono individuate le responsabilità degli stessi esperti nell’erosione della fiducia nei confronti dell’expertise. Sul banco degli imputati non ci sono dunque solo “la società” o “i cittadini”, ma gli errori, le frodi, l’arroganza, il cinismo, la perdita di contatto con la realtà da parte dell’élite politica e intellettuale. Cosa possono fare allora gli esperti per cercare di evitare la secessio plebis? Nichols offre ai suoi colleghi diversi suggerimenti, ma quello principale è di contrastare scientificamente il pregiudizio di conferma, problema che riguarda tutti ma che ha effetti pesanti sulla credibilità istituzionale quando a esserne vittima sono manager, accademici, ricercatori, agenti della comunicazione, tecnocrati.

Nella descrizione del saggista americano, la combinazione di tutti questi fattori crea un vortice di irrazionalità che indebolisce una delle basi su cui si fonda la democrazia: la fiducia nei confronti del sapere certificato. Quando questo accade, conclude Nichols, non solo diventa impraticabile il funzionamento di società complesse, ma la democrazia stessa entra in una spirale mortale che portare al populismo o alla tecnocrazia, entrambi esiti autoritari del collasso del rapporto tra esperti e non-esperti.

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Gli scienziati cittadini fanno bene all’ambiente

Immagine da areva.com

È la rivincita dei dilettanti della ricerca. Secondo uno studio pubblicato da poco sulla rivista Enviromental Monitoring Assessment risulta che i benefici derivanti dal coinvolgimento dei non esperti in attività scientifiche supera di gran lunga i dubbi sulla bontà dei dati raccolti. Gli autori, mediante un’analisi della letteratura specialistica e non in un arco di tempo di dieci anni, hanno misurato l’impatto delle iniziative degli amatori sui programmi istituzionali di controllo della qualità dell’acqua e dell’aria. I risultati riguardano le scienze ambientali, ma si tratta in generale di un bel colpo per i citizen scientist.
Amatori e appassionati che raccolgono dati e monitorano processi non sono un fenomeno nuovo nella storia della scienza. Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla rete, le iniziative di “ricerca dal basso” si sono però moltiplicate e diversificate a dismisura rispetto al passato.
Lo studio riportato sopra è inoltre uno dei pochi a disposizione che, dati alla mano, supporta l’idea secondo cui i non professionisti della ricerca possono essere fonti legittime di conoscenza scientifica.

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