Recensione – Gli scienziati come scrittori

Scrivere bene di scienza è come raccontare una storia di fiction. È su quest’analogia che si gioca l’aspetto più interessante e innovativo del manuale Writing Science, dello scienziato ambientale americano Joshua Schimel.
Diversamente da tanti volumi dedicati alla scrittura scientifica professionale, Schimel non dà istruzioni su come pubblicare un paper, ma, molto più significativamente, su come sperare di essere citati. Per evitare l’oblio, gli scienziati devono pensare e agire come scrittori professionisti.
Essere accostati a dei “fabbricanti di storie” provoca probabilmente un istintivo e sincero scetticismo da parte di molti ricercatori. Lo sa bene Schimel, che risponde a questa diffidenza con esempi concreti. Lo studioso americano è abile nel dimostrare che molti paper famosi nella storia della scienza hanno tutte le caratteristiche delle narrazioni efficaci.
La ricchezza, la quantità e il dettaglio dell’analisi dei testi illustrati nei ventuno agili capitoli di Writing Science aggiungono credibilità alle tesi di Schimel. Per fare buona scienza bisogna raccogliere dati con metodo, avere profonde capacità analitiche, conoscere la letteratura e possedere tante altre qualità. Ma non basta, ammonisce lo scienziato americano. Bisogna imparare a raccontare storie appassionanti che rimangano impresse nella memoria. In altre parole bisogna imparare a scrivere bene perché, ed è questo in fondo uno dei messaggi principali del volume che Schimel rivolge soprattutto ai giovani scienziati, “scrivere bene significa pensare bene”.

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Occhi indiscreti sul neutrino?

Fernando Ferroni

Il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni, si è interrogato ieri, sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore, sul rapporto contemporaneo tra scienza e media, con un articolo dal titolo “Occhi indiscreti sul neutrino”.
Le sue riflessioni nascono dalla ormai nota vicenda dei neutrini superluminali. Ferroni esprime il disagio della comunità dei fisici per il contesto in cui sono stati comunicati e discussi i risultati dell’esperimento Opera. Nel caso dei neutrini “più veloci della luce”, scrive il presidente dell’Infn, il processo scientifico esperimento-risultati-verifica-errore (eventuale) è avvenuto per la prima volta sotto i riflettori dell’opinione pubblica e dei media mondiali, invece che al riparo da occhi indiscreti all’interno dei laboratori. La vicenda ha mostrato la difficoltà di sincronizzare i tempi dei media con i tempi della scienza, prosegue Ferroni, che conclude: “Certo, ora c’è una consapevolezza nuova, ma quali strumenti dovremo adottare?”.
Ben venga questa domanda. È un segno salutare che la comunità degli scienziati, nelle sue più alte cariche istituzionali, si mostri disponibile a considerare la comunicazione della scienza una condizione di lavoro e non un ostacolo.
Il caso dei neutrini di Opera richiede però qualche precisazione aggiuntiva.
Non credo, prima di tutto, che sia la prima volta in cui l’annuncio di risultati scientifici controversi avvenga pubblicamente. Ferroni cita un altro esperimento sui neutrini, Minos, come unico altro precedente. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, e limitandosi alla fisica delle particelle, basti pensare alla comunicazione sul bosone di Higgs per avere un esempio illustre dei nostri giorni. Ma questo è un aspetto in fondo trascurabile e su cui si può discutere.
La cosa più importante è un’altra: non credo che il cortocircuito comunicativo sui neutrini sia stato generato esclusivamente da uno sfasamento tra i tempi dei media e i tempi della ricerca. Se uno ripercorre la storia mediatica della vicenda si accorge che spesso l’iniziativa nei confronti dei mezzi d’informazione è partita dagli scienziati stessi. È pertanto quantomeno limitativo trattare la questione in termini di inopportunità o indiscrezione da parte dei giornalisti.
La mia impressione è che sempre più parti del mondo della ricerca, soprattutto negli esperimenti di big science, abbiano perfettamente chiaro che i media sono la prosecuzione delle controversie scientifiche con altri mezzi. Non so se questo sia un bene per la scienza, ma è un’ulteriore consapevolezza che andrebbe aggiunta a quella di cui parla Ferroni.

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Formare comunicatori scientifici nei paesi in via di sviluppo

Ha preso il via oggi all’ICTP (International Centre for Theoretical Physics) di Trieste un workshop di cinque giorni dal titolo “Science Communication in Developing Countries: Bridging the Gap between Science, Policy and the General Public”. Sono tra gli organizzatori dell’evento. Il programma finale è disponibile qui.
Stamattina ho chiesto ai partecipanti di descrivere le motivazioni della loro partecipazione al workshop. Ho sentito un gran bisogno di portarsi a casa qualcosa di utile per il loro paese, dal Ghana all’India, da Cuba al Pakistan. C’è una forte consapevolezza dell’importanza della comunicazione della scienza e della difficoltà di agire in contesti culturali diversi. Ci sono anche molte aspettative nei confronti della tradizione e delle esperienze europee e americane in questo campo.

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Come gli scienziati vedono la sfera pubblica

Quali sono le opinioni degli scienziati riguardo ai pubblici di non-esperti, i media e i processi decisionali della politica? La pensano tutti allo stesso modo? Quali sono i fattori più importanti che influenzano i ricercatori nella loro percezione della sfera pubblica?
John Besley e Matthew Nisbet, due studiosi americani di giornalismo e comunicazione di massa, hanno dato una risposta a questi interrogativi in un articolo in uscita sul Public Understanding of Science già disponibile on-line. Besley e Nisbet hanno preso in esame studi passati integrandoli con un paio di recenti indagini sul tema effettuati su larga scala.
Dalla loro analisi risulta che gli scienziati:
-criticano in generale la copertura mediatica della scienza ma sono soddisfatti dell’interazione personale con i giornalisti;
-credono fortemente nella necessità di avere un ruolo riconosciuto nel dibattito pubblico;
-considerano i politici il gruppo più importante con cui interagire;
-ritengono di ricevere pochi benefici dal coinvolgimento individuale in iniziative di partecipazione e deliberazione pubblica su temi controversi di scienza e tecnologia.
Gli autori dell’articolo insistono sulla necessità di ulteriori ricerche che tengano conto di come l’ideologia e la selezione delle fonti di informazione influenzano le opinioni degli scienziati.

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Scienziati in rete: alla ricerca di nuove regole di comunicazione

Immagine da Scidev

Grazie a una segnalazione di Eleonora Pantò, vi suggerisco, a mia volta, un articolo di Jennifer Rohn, pubblicato poco tempo fa su Scidev. L’argomento affrontato da Jennifer, abbastanza nota nell’ambiente per le sue iniziative su scienza e letteratura (vedi il sito LabLit.com), è come gli scienziati possano usare i social media digitali e le tecnologie connettive per promuovere e diffondere il proprio lavoro. Sono descritti gli esempi più innovativi in circolazione e varrebbe la pena darci un’occhiata anche solo per questo.

L’aspetto che mi ha incuriosito di più è però un altro e riguarda le raccomandazioni finali sull’uso di blog, twitter, facebook, ecc. Jennifer indica alcuni comportamenti “adeguati”. L’operazione sembra neutra, ma in realtà rispecchia interrogativi profondi su come la comunicazione in rete potrebbe modificare il lavoro degli scienziati.

In epoca pre-digitale ai ricercatori erano molto più chiare le regole di una comunicazione “adeguata”, basata su una definizione abbastanza netta e condivisa tra comunicazione interna ed esterna. Le violazioni erano e sono frequenti, indipendentemente dall’avvento di Internet, ma più meno si capiva come riconoscerle e tutti, almeno sulla carta, erano d’accordo nel sanzionarle.

La rete ha confuso molto le acque. Se, ad esempio, un ricercatore scrive sul suo blog di una ricerca prima della pubblicazione sta anticipando risultati che meriterebbero ulteriori conferme? Compromette il lavoro dei suoi colleghi? Ha degli interessi a presentare delle anticipazioni di uno studio non concluso? Sta semplicemente divulgando il suo lavoro per finalità promozionali? Sta comunicando ad altri scienziati per definire il terriotorio di competenza? Sta violando le regole della peer-review?
In altre parole, se ci domandiamo come si stabilisce la legittimità della pubblicazione e condivisione di informazioni da parte di ricercatori in rete, attualmente abbiamo risposte tutt’altro che precise.

Una trasformazione così profonda come quella dovuta all’emergere di un nuovo ecosistema comunicativo non può non avere un profondo impatto sulle procedure con cui viene veicolata, condivisa e certificata la conoscenza. In particolare quella scientifica, che si è data delle regole molto precise sulle modalità di comunicazione tra pari e rispetto ad altri attori sociali. Queste modalità si sono definite storicamente e sono basate su un’etica rigorosa.

Non è un caso allora che Jennifer Rohn si sforzi di tracciare un nuovo confine nello sconfinate praterie della rete. Credo che i prossimi anni vedranno molti altri impegnati in questo esercizio. Non bisogna sottovalutare che da come verrà costruito il nuovo recinto comunicativo dipenderà molto della credibilità sociale di cui continuerà a godere la scienza.

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Gli scienziati devono comunicare, secondo i cinesi

Immagine tratta da Scidev.net Flikr/keso

La ricerca riportata da Scidev.net sulla fiducia che i cinesi nutrono nei confronti della scienza è in linea con i risultati di indagini simili in altre parti del mondo: in Cina fanno molto affidamento nei ricercatori e sono disposti a dare molto più ascolto a loro che ai politici.
Quello che sorprende di più, sempre secondo l’indagine del China Institute of Science Communication, è però che il 92% degli intervistati sostiene che la cosa più importante che gli scienziati devono fare, oltre all’usuale attività di ricerca, è comunicare.
Non è la prima volta che il paese asiatico sorprende per il forte desiderio di comunicazione della scienza. Qualche tempo fa, ad esempio, la China Association for Science and Technology annunciò di voler raddoppiare il numero di professionisti del settore per arrivare, entro il 2020, a un numero di circa quattro milioni.

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Risorse per gli scienziati-comunicatori

Immagine presa dal sito ok4me2.net

A distanza di pochi giorni Bora Zivkovic, editor di Scientific American, e Marina Joubert, comunicatrice della scienza sudafricana, forniscono ricche bibliografie e suggerimenti vari per ricercatori che vogliono interagire meglio sia con i propri colleghi che con pubblici di non-addetti ai lavori.
Bora sul suo blog elenca, in collaborazione con la collega Catherine Clabby, numerosi libri e risorse web su come bloggare e twittare ai convegni, fare presentazioni e poster efficaci, scrivere un libro divulgativo o un articolo per un quotidiano e tanto altro.
Marina su Scidev.net fornisce indicazioni utili specifiche per il science writing.
Molto curioso il Gunning Fox Index (GFI) citato nell’articolo. Si tratta di uno strumento in rete che permette di stimare la chiarezza di un testo. Il GFI calcola quanti anni di formazione sono necessari per comprendere facilmente il significato di uno scritto a una prima lettura. Se, per esempio, l’indice è uguale a 10 occorrono dieci anni. La maggior parte degli testi scientifici avrebbe un GFI pari a 40 o anche più…

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Per gli scienziati essere buoni comunicatori non basta

Communicating science di Nicholas Russell si propone come un libro diverso da quelli che portano di solito questo titolo.
Non è un manuale, non dice semplicemente che per gli scienziati i tempi son cambiati, che devono uscire dalla torre d’avorio, che devono capire le logiche dei media e, ahiloro, adattarvisi. Dalla descrizione su Amazon:

“This book critically examines the origin of this drive to improve communication, and discusses why simply improving scientists’ communication skills and understanding of their audiences may not be enough. Written in an engaging style, and avoiding specialist jargon, this book provides an insight into science’s place in society by looking at science communication in three contexts: the professional patterns of communication among scientists, popular communication to the public, and science in literature and drama. This three-part framework shows how historical and cultural factors operate in today’s complex communication landscape, and should be actively considered when designing and evaluating science communication. Ideal for students and practitioners in science, engineering and medicine, this book provides a better understanding of the culture, sociology and mechanics of professional and popular communication.”

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Un altro manuale per gli scienziati che vogliono/debbono comunicare

Am I Making Myself Clear? è un libro pubblicato da poco della Harvard University Press indirizzato agli scienziati che vogliono migliorare le loro capacità comunicative. La logica con cui sembra impostato è quella solita del conflitto tra scienza e media: i ricercatori devono correre al riparo dalle distorsioni di radio, tv, internet, ecc. altrimenti sono guai. Nella presentazione ci si ripromette in realtà di servire gli interessi del rapporto tra “scienza e società”. Vedremo…

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