Non è colpa degli idealisti se la scienza italiana è in ritardo

Croce e Gentile non erano nemici della scienza. È il titolo con il quale il Corriere della Sera, lo scorso 21 agosto, ha presentato un saggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Il Mulino”. La storica Alessandra Tarquini smonta una delle convinzioni più radicate tra chi imputa l’origine dei mali attuali della ricerca nostrana al rifiuto pregiudiziale, da parte dei due influenti pensatori, di riconoscere il connubio fra scienza e filosofia. La querelle sugli effetti delle posizioni di Croce e Gentile sul ruolo della scienza nella cultura italiana fa riferimento ad avvenimenti svoltisi ormai un secolo fa. Eppure, in tutto questo tempo, voci dissonanti come quella di Alessandra Tarquini non sono state tanto ascoltate.
Il saggio della studiosa romana è stato pubblicato in una sessione intitolata umanisti e scienziati, alla quale ho dato il mio contributo con un articolo intitolato “Il racconto pubblico della scienza”.
Senza essermi coordinato con la Tarquini, anche io ho impostato le mie argomentazioni attorno al superamento di un luogo comune, altrettanto vivo quanto quello su Croce e Gentile: la convinzione, non basata su dati, che le difficoltà nei rapporti tra scienza e società derivino in gran parte dalle rappresentazioni pubbliche della ricerca, in primis quelle fornite dai media.

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Quando l’Italia primeggiava nell’eccellenza scientifica

Ieri pomeriggio ho presentato il libro Il Miracolo Scippato di Marco Pivato. C’è stata una discussione interessante. Secondo Marco le ragioni della fine delle esperienze di eccellenza scientifica italiane negli anni ’60 vanno ricercate nella geopolitica e nella politica, nella guerra fredda e nelle lotte intestine dei partiti, che riflettevano un paese diviso, incapace di sostenere i valori laici della scienza, sostanzialmente conservatore. Da quel momento in poi la ricerca in Italia non si è più ripresa, fino ad arrivare alla situazione attuale, caratterizzata da condizioni strutturali non dissimili da quelle che hanno impedito circa quarant’anni fa di consolidare le imprese di Olivetti, Marotta, Mattei e Ippolito, i quattro casi analizzati ne Il Miracolo Scippato.
Qualcuno ha fatto notare che in realtà l’Italia del boom economico è stata capace di grandi riforme e che la spiegazione geopolitica non è sufficiente. L’analfabetismo scientifico, tanto della popolazione in generale quanto soprattutto della classe politica e imprenditoriale, completerebbe il quadro. Quest’ultima parte mi convince di meno. Non c’è nessuna relazione causale dimostrata tra i soldi spesi in ricerca scientifica e il grado di conoscenza scientifica e tecnologica dei non-esperti.

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