L’identità fragile della comunicazione della scienza

immagine da appuntidigitali.it

Brian Trench ha terminato da poco un’analisi internazionale sullo stato di salute della comunicazione della scienza come disciplina accademica. Negli ultimi venticinque anni si sono moltiplicati in tutto il mondo corsi e programmi universitari di vario tipo, inclusi percorsi di ricerca a livello dottorale. Se c’è qualcosa che accomuna queste iniziative è la loro diversità. Un aspetto che può essere visto come “un segno di vitalità ma anche una condizione di vulnerabilità”. La comunicazione della scienza attraversa o si colloca tra differenti discipline e dipartimenti. Per questo, conclude Brian, “non è spesso ben equipaggiata a difendere se stessa in ambito accademico proprio quando la sua presenza sarebbe più necessaria”.
Condivido a pieno l’analisi di Brian Trench. Lo sforzo fatto negli ultimi anni per affermare la necessità di un’attività formativa e di ricerca professionale per la comunicazione della scienza all’interno dell’università corre il rischio di essere vanificato. La causa diretta sono i tagli imposti dalla crisi economica all’istruzione superiorie. Se i bilanci delle università si fanno sempre più magri, non è difficile immaginare che ad essere soppressi saranno le attività considerate superflue. Probabilmente per molti non si tratta di un grave danno. Mi sono scontrato varie volte con professionisti che cosiderano inutile e superflua la ricerca in comunicazione della scienza. La tensione fra teoria e pratica è solo uno dei punti deboli della questione.
Un paio di anni fa, in uno speciale di Jcom, la rivista di cui sono direttore, avevamo posto a diversi studiosi una serie di questioni sul tema, tra cui: quali sono gli argomenti su cui si deve concentrare la ricerca in comunicazione della scienza e perché? Qual è il suo scopo generale? Qual è il suo reale grado di autonomia da altre discipline? È più corretto trattarla come una sottodisciplina di un’area più ampia o è importante perseguire un’opportuna strategia di “demarcazione del territorio”?
Le analisi degli esperti erano concordi sul fatto che per meritare lo statuto accademico una disciplina deve definire con precisione il suo oggetto d’indagine e avere un quadro di riferimento teorico forte. Su entrambi i punti la comunicazione della scienza mostra le maggiori difficoltà.
La sua fragile identità è rispecchiata dalla pluralità di offerte formative descritte da Brian Trench nel suo lavoro. Quando i corsi di comunicazione della scienza nascono all’interno di dipartimenti scientifici prevalgono gli insegnamenti di fisica, matematica, biologia e l’approccio teorico è quello della divulgazione. Se gli insegnamenti si trovano all’interno di scuole di giornalismo si mette l’enfasi sulla pratica. Se, più raramente, le iniziative formative sono nelle facoltà di scienze sociali o umanistiche, assumono rilevanza le implicazioni etico-politico-sociali della scienza e diventano cruciali sul piano comunicativo le strategie di coinvolgimento pubblico.
Per quanto siano state individuate delle ampie aree disciplinari in cui confluiscono i corsi di comunicazione della scienza (scienze naturali, studi sull’educazione formale e informale, studi sociali sulla scienza, studi di comunicazione), non c’è insomma un terreno condiviso. Non è stato identificato un nucleo di insegnamenti comuni che potremmo definire l’ “unità minima” di conoscenze del comunicatore della scienza, sia per lo studioso della materia che per il professionista.
Uno dei compiti della ricerca universitaria in questo settore dovrebbe essere l’idagine e la possibile soluzione del problema identitario. L’analisi di Trench mostra che il momento non è dei più favorevoli, ma non bisogna pedere di vista l’importanza della questione. Nonostante lo scetticismo di molti professionisti, la pratica ha molto da guadagnarci se può fare riferimento a un insieme di competenze e conoscenze in grado di caratterizzare i comunicatori della scienza come portatori di un valore aggiunto unico in diversi ambiti lavorativi (giornalismo, museologia, organizzazione eventi, editoria, brokering della conoscenza, progetti di ricerca, ecc.). D’altra parte avere a disposizione un riferimento teorico forte permette di comprendere meglio quello che si fa in pratica e di modificare consapevolmente le proprie azioni per raggiungere gli obiettivi di comunicazione.

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