Autismo e vaccini la paura è contagiosa*

È stato l’ “istinto di mamma” ad averle suggerito che la causa dell’autismo di suo figlio era stato il vaccino. Non è un’argomentazione propriamente scientifica, ma tant’è. L’attrice e modella Jenny McCarthy, ex-playmate ed ex-moglie di Jim Carrey, lanciava così qualche anno fa la sua battaglia contro i vaccini in una memorabile puntata dell’Oprah Show, il talk show più seguito nella storia della televisione statunitense. Secondo un report pubblicato a fine aprile dall’ American Academy of Arts and Sciences, le posizioni anti-scientifiche di star mediatiche come quella di Jenny McCarthy sono uno dei fattori che maggiormente concorrono all’inadempienza vaccinale: una combinazione fatale di ricerche fraudolente, giornalismo approssimativo e intenso attivismo che ha come risultato l’aumento della diffidenza e delle preoccupazioni dei genitori nei confronti delle vaccinazioni raccomandate per i propri figli. Di fronte all’accerchiamento comunicativo, le armi delle istituzioni sanitarie pubbliche sono spuntate: alcune recenti ricerche dimostrano che i messaggi delle campagne promozionali sono poco efficaci e in alcuni casi controproducenti.

Il rapporto tra comunicazione è inadempienza vaccinale preoccupa non poco i medici, che individuano nella disinformazione la causa delle recenti epidemie di morbillo in diverse parti del mondo, Italia inclusa. Stando a quanto riportato dal portale di epidemiologia per sanità pubblica Epicentro, in questo momento sono in corso focolai dell’infezione in diverse regioni del nostro paese. Uno dei più clamorosi è stato registrato a maggio in Emilia-Romagna, dove in pochi giorni si sono verificati un centinaio di casi solo a Bologna. Dall’altra parte dell’oceano, le autorità sanitarie statunitensi affermano che il 2013 è stato l’anno con la maggiore epidemia di morbillo dagli anni novanta del secolo scorso. Il principale colpevole della situazione attuale secondo le autorità sanitarie è una diffusa disinformazione. Fatta la diagnosi, la terapia rimane incerta dato che non si sa molto su quali siano i messaggi efficaci per cercare di superare la resistenza alle vaccinazioni.

Il compito è reso ancor più arduo per la necessità di mantenere alti, molto alti, i livelli di immunizzazione. Il Piano nazionale di eliminazione del morbillo e della rosolia congenita 2010-2015 ha fissato al 95% in Italia la copertura vaccinale oltre la quale è assicurata l’ “immunità di branco”, la soglia il cui superamento protegge anche chi non si vaccina. Superata questa percentuale si interrompe la trasmissione dell’infezione, ma maggiore è la distanza da essa, minore è l’efficacia del vaccino come misura di salute pubblica. Attualmente in Italia circa il 90% dei bambini entro i due anni di età è stato vaccinato contro il morbillo, anche se ci sono aree con valori variabili dal 71,5% al 96,7%. L’Organizzazione mondiale della sanità, durante la Settimana dell’Immunizzazione di quest’anno dedicata proprio al morbillo e alla rosolia, ha dichiarato che in Europa non verrà raggiunto l’obiettivo di eradicare la malattia entro il 2015. Anche in Italia siamo lontani dal traguardo. Nel 2013 sono stati segnalati 2.211 casi. L’86,7% delle volte si è trattato di persone non vaccinate. Secondo i dati dell’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control), nel 2013 in Europa si sono ammalate 10.271 persone, i morti sono stati tre, con otto episodi di encefalite acuta. Nonostante nel nostro immaginario collettivo sia considerato quasi una formalità, questi dati confermano che il morbillo è una malattia altamente contagiosa che può avere complicazioni anche molto gravi. Uno studio pubblicato agli inizi di giugno sulla rivista Pediatrics mostra come anche un solo caso possa avere effetti devastanti su una comunità non immunizzata. Per questo motivo le preoccupazioni degli esperti riguardano non tanto le coperture vaccinali, che rimangono relativamente alte, ma il calo della percezione del rischio e dell’attenzione dei genitori che ritardano, e in casi estremi rifiutano, di vaccinare i propri figli. L’impegno a non abbassare la guardia si scontra con la capacità organizzativa e comunicativa della variegata galassia di gruppi antivaccini, il cui attivismo soprattutto in rete aumenta i sospetti da parte di fasce della popolazione che per diversi motivi nutrono dubbi e perplessità, se non vera e propria ostilità.

La diffidenza secondo gli esperti nasce dalla disinformazione, che ha un’origine, un nome e un cognome precisi: il 1998, quando la rivista The Lancet pubblica un articolo a firma di Andrew Jeremy Wakefield e altri dodici ricercatori in cui si ipotizza un legame tra la vaccinazione contro morbillo, rosolia e parotite e l’autismo. Lo studio ha una vasta risonanza nel mondo della ricerca e una notevole eco mediatica provocando un brusco calo delle vaccinazioni nel Regno Unito. In più di un decennio di verifiche in Europa e in USA, la letteratura di settore sancisce che in realtà il nesso tra vaccini e autismo è destituito di qualunque fondamento scientifico. Non solo. Le indagini dimostrano che Wakefiled ha manipolato i dati e falsificato le conclusioni. Il paper nel 2010 viene ritirato dal Lancet e l’autore radiato dall’ordine dei medici. E intanto iniziano anche le prime azioni in tribunale. Circa una settimana fa il quotidiano britannico Times ha riportato il caso di un ragazzo di 23 anni affetto da un disturbo dello spettro autistico che ha citato in giudizio i suoi precedenti legali per aver alimentato false speranze basate su ricerche errate e fraudolente sul vaccino contro il morbillo, la parotite e la rosolia (Mpr). Tutto questo non impedirà probabilmente ad associazioni anti-vaccini e avvocati specializzati in cause di risarcimento di riproporre, come avviene da anni, periodicamente il falso allarme, con la complicità di media che offrono loro piattaforme di grande visibilità.

Nonostante l’importanza del ruolo della comunicazione, fino ad ora è stata fatta poca ricerca, ad esempio, sull’impatto dei social media e ai siti di video-sharing sui processi decisionali che regolano le scelte legate alle vaccinazioni. Ancora di meno in questo campo si conosce dell’efficacia delle tradizionali campagne di sanità pubblica. La lacuna è stata parzialmente coperta da uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista Pediatrics, “Effective Messages in Vaccine Promotion: A Randomized Trial”. I ricercatori hanno analizzato i risultati di un’indagine sociologica condotta su tutto il territorio americano. Gli autori della ricerca hanno testato l’efficacia di alcuni dei messaggi più comuni utilizzati nelle strategie promozionali. Funziona di più ad esempio una strategia finalizzata a correggere la disinformazione o è meglio presentare i rischi della mancata vaccinazione? È più utile usare toni drammatici o realizzare video divulgativi e accessibili?
I risultati hanno mostrato che nessuno dei messaggi realizzati dalle autorità pubbliche aumenta l’intenzione dei genitori a far vaccinare i propri figli. Le strategie di correzione della disinformazione riducono poi forse i preconcetti sul legame vaccino/autismo, ma fanno diminuire la propensione a vaccinarsi proprio tra coloro che si rivelano meno favorevoli. Inoltre, le immagini di bambini con morbillo, parotite e rosolia su cui si basano narrazioni drammatiche, se non catastrofiche, servono ad aumentare le credenze sugli effetti collaterali dei vaccini. È insomma una debacle su tutti i fronti che richiede, come suggeriscono gli autori del paper, di provare strade alternative e di verificare attentamente i messaggi prima di renderli pubblici. Un ruolo centrale potrebbero averlo i pediatri, ma in generale è necessaria una maggiore consapevolezza della complessità dei rapporti tra conoscenza scientifica, opinioni e comportamenti in ambito sanitario.

La letteratura in ambito psicologico e sociologico può dare un aiuto a comprendere le ragioni dell’inefficacia delle campagne pubbliche. Correggere la disinformazione è una sfida ad esempio non banale a causa della natura profonda di pregiudizi e processi cognitivi. Tutti noi siamo più inclini ad accogliere informazioni che confermano le nostre credenze e a ignorare quelle che mettono in discussione le nostre certezze. Oppure siamo disposti ad accettare nuove asserzioni fattuali quando provengono da fonti che condividono i nostri stessi valori e che sono percepite come affidabili. È accertato poi che bufale e affermazioni palesemente false, come quella del link fra vaccino e autismo, una volta diffuse, continuano a mantenere un potere “adesivo” nonostante tutti i tentativi di smascherarle. Un metastudio del 2012 su Psychological Science in the Public Interest, “Misinformation and Its Correction: Continued Influence and Successful Debiasing,” si è focalizzato approfonditamente su come si origina e si diffonde la disinformazione, sul perché è difficile correggerla e sulle modalità più efficaci per contrastarla. I ricercatori notano che le ritrattazioni con più chances di successo sono quelle che riconoscono e rispettano le credenze individuali, qualunque esse siano, e offrono una visione del mondo magari alternativa ma comprensibile, vale a dire inserita nelle cornici di significato con cui diversi gruppi e individui danno senso agli eventi. Paternalismo, demonizzazione, deprecazione dell’ignoranza o addirittura offese non fanno viceversa che alienare chi nutre perplessità e ostilità e rinforzare le convinzioni condivise all’interno delle comunità di appartenenza, razionali o irrazionali che siano.

La resistenza all’evidenza scientifica riguardo ai rischi della salute richiede quindi indagini più approfondite che attraversino il campo dei media, della comunicazione, dei pubblici, ma anche dei contesti culturali in grado di spiegare ad esempio quale tipologia di cittadini possano diventare più vulnerabili alla disinformazione sui vaccini. Con l’avvertenza che i livelli di fiducia e di credenza nei confronti della scienza variano sia nel tempo che in diversi gruppi sociali. E senza infine dimenticare che il quadro è ulteriormente complicato da movimenti e organizzazioni che introducono continuamente nuove possibili attitudini riguardo al cibo, al benessere, allo stile di vita.

*Quest’articolo è stato scritto insieme a Donato Ramani e pubblicato su Pagina99we del 5 luglio 2014. Lo riporto sul mio blog per loro gentile concessione.

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