Recensione – Parola di scienza. Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi.

Communication at risk è il titolo dell’editoriale che, qualche mese fa, Nature Geoscience dedicava alla vicenda dei membri della Commissione Grandi Rischi (CGR) coinvolti nel processo legato al terremoto dell’Aquila dopo la pubblicazione delle motivazioni della condanna di primo grado nei loro confronti.
La rivista riconsiderava l’appoggio iniziale agli imputati e sottolineava, una volta per tutte, che l’accusa non riguardava la mancata previsione del terremoto, “ma il non avere adeguatamente valutato e comunicato il rischio presentando alla popolazione risultati falsamente rassicuranti”.
Ho scelto un approccio cauto, lo confesso, per presentare il libro dell’antropologo culturale Antonello Cicozzi, Parola di scienza, trascrizione letterale della consulenza fornita dallo stesso Ciccozzi alla Procura della Repubblica Italiana nel processo dell’Aquila per il sisma del 6 aprile 2009.
Spero che la citazione di Nature Geoscience, riportata anche nel volume, rassereni lo sguardo di molti su questo lavoro e permetta, ad addetti ai lavori e non, di concentrarsi sugli aspetti più utili e interessanti per la comunicazione della scienza messi in luce nel libro, cercando di non lasciarsi nuovamente trascinare nella polemica, a tratti scomposta, attorno alla “giustezza” della condanna.
Si può essere d’accordo o dissentire dalle argomentazioni di Ciccozzi, ma ci sono pochi dubbi sull’accuratezza e la lucidità della sua analisi. È stata proprio la profondità e l’originalità dell’approccio, basato sul rapporto tra antropologia del rischio e teoria delle rappresentazioni sociali, che mi ha infine convinto a scrivere qualcosa a proposito di un dibattito a dir poco spinoso.
Nonostante abbia seguito la vicenda fin dall’inizio, sia per dovere professionale che per interesse civico, non ho mai avuto infatti fino ad ora l’ardire di esprimere la mia opinione. La complessità tecnico-giudiziaria e l’esasperazione dei toni del dibattito suggeriva il silenzio, a meno di non possedere una minuziosa conoscenza dei i fatti e una capacità di analisi in grado richiamarsi a un sapere fortemente interdisciplinare. Il libro di Ciccozzi risponde a queste esigenze fornendo, tra le altre cose, il vocabolario appropriato per porre la discussione nei termini adeguati.
C’è poi almeno un altro aspetto su cui la comunità dei comunicatori della scienza può trovare un terreno condiviso a partire dalla lettura della perizia: la necessità di attivare, stimolare, approfondire la riflessione sulle ricadute etiche e culturali della circolazione della conoscenza scientifica e sul ruolo degli scienziati come comunicatori pubblici.
Al di là delle convinzioni che ciascuno di noi ha maturato sul rapporto fra scienza e giustizia per i fatti del terremoto aquilano, è bene considerare che Parola di scienza è la consulenza che “ha fornito le basi per individuare la legge di copertura in grado di definire un nesso causale tra la comunicazione fornita dagli esperti della CGR e le condotte della popolazione aquilana”.
Insomma, sarà forse banale dirlo, ma una lezione fondamentale a cui rimanda un termine così definitivo come “causalità” è che la comunicazione pubblica della scienza “non è roba da dilettanti”.
E lasciatemi dire anche che la lettura del libro di Ciccozzi rievoca accostamenti con vicende e concetti apparentemente noti per chi si occupa professionalmente di comunicazione della scienza e comunicazione del rischio che, in realtà, forse tanto noti non sono.
Come non ravvisare, ad esempio, somiglianze forti tra l’invito a bere un buon bicchiere di vino rosso per non pensare alle scosse, col gesto di rassicurazione che l’allora Ministro dell’Agricoltura britannico John Gummer compì nel 1990 fa quando costrinse la figlioletta di quattro anni a farsi immortalare con un hamburger in mano per rassicurare la popolazione dai rischi della “mucca pazza”? Dopo più di vent’anni gli errori sembrano ripetersi uguali a se stessi nonostante il caso Gummer sia stato ampiamente studiato, sezionato, biasimato insieme a tanti altri simili.
Come non essere d’accordo con Ciccozzi quando scrive che la comunicazione della scienza deve tener conto del contesto, che la comunicazione del rischio di un terremoto si inserisce all’interno di una cornice culturale rispetto alla quale la stessa informazione scientifica può essere reinterpretata in maniera differente, a seconda di una complessità di fattori storico-mediatico-ambientali che bisognerebbe studiare accuratamente se si vuole che quella informazione si trasformi in strumento di emancipazione e non di controllo sociale?
Come non trovare nello scritto dell’antropologo culturale elementi a favore di una giusta considerazione dei saperi locali, da non confondere con la mitizzazione del buon selvaggio, ma da valutare come le condizioni al contorno su cui basare attività “scientifiche” di comunicazione della scienza?
Si possono condividere o contestare le argomentazioni di Ciccozzi, ma credo che, da una parte, questo libro renda davvero limitata la forza della tesi di un attacco pregiudiziale alla scienza, dall’altra che ci debba motivare a indagare i motivi per cui la conoscenza provienente dalla ricerca sui media e dalla ricerca sociale non sia diventata un sistema di riferimento significativo per la comunicazione pubblica della scienza, nonostante anni di studi e soprattutto di fallimenti.
Al di là delle motivazioni politiche che pure avranno forse condizionato i comportamenti di alcuni dei membri della CGR, è forse in questa difficoltà che si può individuare qualche elemento di difesa nei loro confronti. La condanna dell’Aquila e la perizia di Ciccozzi dimostrano quante competenze comunicative siano necessarie perché “la parola di scienza […] diventi pienamente responsabile nei confronti dell’uomo”.
Forse bisogna chiedersi se è legittimo che tutta questa responsabilità ricada sulla testa di persone formate per fare altro. Forse questo è un punto su cui interrogarsi in profondità, perché un chiarimento potrebbe servire a ridurre la crescente ambiguità dei rapporti fra esperti e politica, contribuendo a restituire alla scienza il potere liberatorio di dire la sua verità.

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Come valutiamo i pareri degli scienziati – riflessioni sulla sentenza dell’Aquila

La Prefettura dell'Aquila dopo il terremoto del 2009 - Immagine da Wikipedia

Cosa si aspettavano di capire gli abitanti dell’Aquila dagli scienziati della Commissione Grandi Rischi all’indomani dell’ormai famoso summit svoltosi circa una settimana prima della scossa fatale del 6 Aprile 2009? Quali sono i fattori che hanno influenzato, nel bene e nel male, il giudizio dei cittadini riguardo alle dichiarazioni rilasciate, più o meno maldestramente, in occasione di quella riunione? Attraverso quali canali e reti sociali i cittadini hanno avuto accesso alle raccomandazioni dei sismologi? Cosa avrebbero dovuto o potuto dire gli esponenti della comunità scientifica per non incorrere nella condanna per omicidio colposo?
I media in questi giorni sono pieni di tentativi di risposta a questi e a tanti altri interrogativi sollevati dalla sentenza del giudice Marco Billi che ha stupito e indignato gran parte della comunità scientifica internazionale.
I toni non sono pacati. Occorrerà tempo prima che si plachino le polemiche e si riesca ad assumere uno sguardo d’insieme equilibrato sulla vicenda. Ci sono ancora troppi punti oscuri e troppi interessi non dichiarati per avere la presunzione di dire esattamente cosa si dovrebbe fare se si ripresentasse una situazione analoga a quanto accaduto in Abruzzo (anche se si può dire con certezza che purtroppo, in un paese ad alto rischio sismico come il nostro, le occasioni non mancheranno e non mancano neanche in questi giorni).
Intanto, nonostante i legittimi dubbi sulla fondatezza giuridica della condanna, la magistratura ha segnato un punto fermo e imprescindibile.
Per il resto mi sembra che il dibattito abbia ampi margini di maturazione e forse non sarebbe male introdurre nella discussione i risultati di decenni di ricerca sociale su come i cosiddetti pubblici di non-esperti valutano i consigli degli scienziati e le loro competenze. Qualunque iniziativa di comunicazione della scienza, soprattutto in situazioni socialmente controverse, che non si basi sulla comprensione profonda di quest’aspetto rischia di essere fallimentare.
Per tornare alla domanda di partenza: cosa si aspettavano gli aquilani dagli scienziati convocati la sera del 31 Marzo 2009 nel capoluogo abruzzese per un inusuale summit della Commissione Grandi Rischi? Più in generale, esistono dei criteri applicati con maggiore probabilità da parte dei non-scienziati per valutare le affermazioni degli scienziati? 
La ricerca in comunicazione della scienza ha formulato delle risposte a questi interrogativi. I risultati sono basati soprattutto sull’esperienza del disastro nucleare di Chernobyl, della BSE e sulle problematiche legate agli organismi geneticamente modificate. Si tratta di studi inaugurati dal sociologo Bryan Wynne agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso.
Secondo questi lavori, le regole mentali messe in atto quando si cerca di giudicare l’attendibilità dei consigli degli esperti sono:

  • La conoscenza scientifica funziona? Gli scenari delineati in pubblico dagli scienziati si rivelano falsi o si concretizzano?
  • Gli scienziati tengono conto di altre forme di conoscenza quando esprimono i loro pareri?
  • Gli scienziati sono aperti alle critiche? Sono disposti ad ammettere errori e negligenze?
  • Quali sono le affiliazioni sociali e istituzionali dei ricercatori? Hanno conflitti d’interessi?
  • Ci sono casi del passato o situazioni specifiche che predeterminano o influenzano la percezione pubblica immediata del problema dibattuto?
  • Le conseguenze potenziali sul lungo periodo e quelle irreversibili della ricerca scientifica sono state valutate seriamente e da chi? Gli enti regolatori hanno poteri a sufficienza per disciplinare effettivamente le organizzazioni e le aziende che sostengono la ricerca? Chi è responsabile nel caso di danni imprevisti?

Ho ripreso e riadattato questa lista da un paper di Matthew Nisbet e Dietram Scheufele che potete leggere qui nella versione integrale.
Non tutte le domande si adattano al terremoto abruzzese, ma basta questo breve elenco per avere chiaro perché i destinatari dei pareri degli esperti non andrebbrero mai considerati come una tabula rasa ignorante e irrazionale semplicemente da tranquillizzare.

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Terremoto comunicativo

Nature dedica la storia di copertina di questa settimana al processo nei confronti della Commissione Grandi Rischi che cercò di stimare il rischio di terremoto in Abruzzo una settimana prima della tragedia dell’Aquila del 6 aprile 2009. I membri della Commissione devono rispondere di omicidio colposo in quanto, secondo la Procura della Repubblica del capoluogo abruzzese, sono stati incapaci di comunicare adeguatamente alla popolazione i rischi che correva. Il processo si aprirà martedì prossimo 20 settembre. In rete se ne sta discutendo molto. Ne hanno parlato Pietro Greco su greenreport, Tiziana Moriconi su Galileo, Emanuele Perugini su Wired.it, Simona Cerrato su Oggiscienza e già qualche mese fa Nicola Nosengo e di nuovo Pietro Greco su La Scienza in Rete. Potete farvi un’idea precisa dei termini della questione e degli attori in campo leggendo questi resoconti.
A me interessa sottolineare solo un punto del servizio di Nature che mi sembra importante per chi si occupa di scienza, società e comunicazione. Si tratta del passaggio in cui l’autore dell’articolo, Stephen Hall, chiede a Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Center, qual è il ruolo della scienza nella comunicazione del rischio. Jordan risponde che i ricercatori dovrebbero solo fornire informazioni mentre le decisioni le devono prendere i politici tenendo conto di quello che dice la scienza e di altri pareri.
Le parole di Jordan rispecchiano un modello lineare sia dei rapporti tra scienza e politica, sia della comunicazione del rischio. Sembrano non tenere conto di decenni di ricerca sociale sul tema.
Nell’approccio dello scienziato americano c’è posto per una sola ricetta di comunicazione, universalmente valida, in cui gli scienziati vivrebbero in un vacuum, come se le loro parole potessero ridursi unicamente a dati e risultati. Nella realtà non è così. Quando parlano, gli scienziati, rispondono ad aspettative diverse e le loro affermazioni investono piani differenti del discorso pubblico. Non è possibile separare nettamente l’informazione scientifica da valutazioni politiche, economiche, sociali che emergono dalle loro comunicazioni. Piuttosto che cercare arbitrarie linee di demarcazione sarebbe il caso di averne piena consapevolezza e regolarsi di conseguenza sul piano comunicativo. Questo dovrebbe essere particolarmente vero per chi ha responsabilità sociali molto importanti legate al proprio lavoro di ricerca.
Dovrebbe essere chiaro che non esiste la scelta migliore valida una volta per tutte. Le strategie più efficaci vanno cercate in un processo che va calibrato caso per caso, contesto per contesto, usando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’esperienza e dalla ricerca sulla comunicazione della scienza. Se non si tiene conto dell’universo sociale e culturale dei destinatari e della molteplicità delle risposte possibili alle informazioni proposte si può andare incontro a risultati imprevisti, inclusa la possibilità di essere accusati di omicidio colposo per un terremoto. Non voglio entrare nel merito della facenda. Saranno i giudici a stabilire se ci sono delle responsabilità da parte dei membri della Commissione.
Mi sembra però che l’intera faccenda dimostri qual è la serietà con cui bisognerebbe affrontare le problematiche di comunicazione da parte degli scienziati, qual è la complessità culturale della comunicazione pubblica della scienza e quanto rischioso sia affidarsi a ricette comunicative preconfezionate così come a un’immagine monolitica dello scienziato-comunicatore, soprattutto quando deve operare in situazioni d’emergenza.

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