Mc Ewan e il bosone di Higgs

Nello splendido saggio di Ian McEwan pubblicato questo mese su Le Scienze non si parla del bosone di Higgs, ma vengono affrontate due questioni che secondo me offrono degli spunti di riflessione interessanti sul modo in cui è stata comunicata la recente scoperta della particella.
I temi affrontati da McEwan risuonano perfettamente con quello che può essere definito l’approccio eroico alla diffusione della conoscenza scientifica. Si tratta di una modalità di presentare la scienza che non restituisce la complessità dell’impresa della ricerca contemporanea e che si richiama a schemi positivistici. Ma andiamo per ordine.
McEwan ricostruisce l’ “ansia da priorità” che colpì Darwin e Einstein di fronte alla possibilità di essere anticipati rispettivamente da Wallace e da Hilbert nella presentazione al mondo dei loro capolavori, L’origine delle specie e la Relatività Generale. La paura di perdere il primato diede una spinta determinante a realizzare in poco tempo staordinarie opere intellettuali che hanno radicalmente modificato la percezione di noi stessi e del mondo in cui viviamo. L’ansia da priorità testimonia anche l’affermazione un processo tipico della modernità: quello che vuole l’identificazione completa fra l’individuo e la sua creatività, trascurando l’apporto collettivo e il debito creativo nei confronti dei precedessori. Nella comunicazione scientifica eroica la retorica del genio isolato culmina con scoperte straordinarie e definitive.
Un po’ quello che è accaduto nel racconto della scoperta del bosone di Higgs. Nel caso del Cern di Ginevra è impossibile trascurare la dimensione collettiva dell’impresa e molti media lo hanno sottolineato. D’altra parte è passata l’immagine del risultato scientifico stabilito una volta per tutte, culmine di un’impresa ansiogena simile a quelle di Darwin e Einstein.
Credo che questo modo di rappresentare la rilevazione del bosone di Higgs rispecchia immagini ottocentesche, non corrispondenti alla scienza praticata nei grandi acceleratori di particelle. Una differenza importante rispetto alla fisica di galileiana memoria è ad esempio il fatto che in questo momento il Cern è sostanzialmente l’unico laboratorio al mondo con le risorse necessarie per la rilevazione dell’Higgs. Non ci sono realisticamente altri posti dove l’esperimento può essere riprodotto con facilità e in tempi brevi. Senza addentrarci in complicate questioni di filosofia della scienza, si può dire che l’ansia da priorità, con le conseguenze che comporta sulla comunicazione, è quindi meno giustificata.
Si potrebbe anche dire molto sul contrasto tra la linearità con cui è stato presentato il metodo scientifico rispetto alla complessità che caratterizza le procedure sperimentali di un’impresa come quella realizzata al Cern. Ma forse è più interessante la seconda questione posta da McEwan.
Lo scrittore inglese affronta il rapporto tra la qualità estetica di una scoperta e la sua accettazione nella comunità scientifica. McEwan riprende la convinzione molto radicata fra i fisici teorici secondo la quale la bellezza di una teoria accelera il suo consenso tra gli scienziati, molto di più che le prove sperimentali.
L’identificazione fra eleganza e potenza descrittiva della realtà è percolata anche nella comunicazione della scienza e costituisce un altro pilastro retorico dell’approccio eroico tradizionale.
Anche da questo punto di vista, il bosone di Higgs è scomodo perché conferma la validità di un modello, il Modello Standard, ritenuto dai più intricato e strano. Il Modello Standard insomma è brutto, o almeno così ci appare oggi, come scrive Carlo Rovelli nel pezzo di apertura dell’inserto culturale del Sole24 Ore di domenica scorsa. Forse tra un po’ di tempo ci sembrerà più elegante, ma per il momento dobbiamo ammettere che teorie efficaci sulla natura intima della materia possano essere “poco pulite”.
Provo a riassumere quello che, a mio modesto parere, queste letture possono insegnare a comunicatori e giornalisti che vogliano restituire l’immagine di una scienza un po’ diversa rispetta a quella di Galileo, Newton e Einstein e più vicina a quella che viene realmente praticata nei laboratori oggi:

1. E’ opportuno limitare la retorica del genio isolato e dell’ansia da priorità;
2. E’ necessario contestualizzare meglio il rapporto tra progresso scientifico e progresso sociale rifiutando le correlazioni lineari;
3. Dobbiamo ridimensionare le nostre idee a priori di bellezza e di semplicità;

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Occhi indiscreti sul neutrino?

Fernando Ferroni

Il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni, si è interrogato ieri, sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore, sul rapporto contemporaneo tra scienza e media, con un articolo dal titolo “Occhi indiscreti sul neutrino”.
Le sue riflessioni nascono dalla ormai nota vicenda dei neutrini superluminali. Ferroni esprime il disagio della comunità dei fisici per il contesto in cui sono stati comunicati e discussi i risultati dell’esperimento Opera. Nel caso dei neutrini “più veloci della luce”, scrive il presidente dell’Infn, il processo scientifico esperimento-risultati-verifica-errore (eventuale) è avvenuto per la prima volta sotto i riflettori dell’opinione pubblica e dei media mondiali, invece che al riparo da occhi indiscreti all’interno dei laboratori. La vicenda ha mostrato la difficoltà di sincronizzare i tempi dei media con i tempi della scienza, prosegue Ferroni, che conclude: “Certo, ora c’è una consapevolezza nuova, ma quali strumenti dovremo adottare?”.
Ben venga questa domanda. È un segno salutare che la comunità degli scienziati, nelle sue più alte cariche istituzionali, si mostri disponibile a considerare la comunicazione della scienza una condizione di lavoro e non un ostacolo.
Il caso dei neutrini di Opera richiede però qualche precisazione aggiuntiva.
Non credo, prima di tutto, che sia la prima volta in cui l’annuncio di risultati scientifici controversi avvenga pubblicamente. Ferroni cita un altro esperimento sui neutrini, Minos, come unico altro precedente. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, e limitandosi alla fisica delle particelle, basti pensare alla comunicazione sul bosone di Higgs per avere un esempio illustre dei nostri giorni. Ma questo è un aspetto in fondo trascurabile e su cui si può discutere.
La cosa più importante è un’altra: non credo che il cortocircuito comunicativo sui neutrini sia stato generato esclusivamente da uno sfasamento tra i tempi dei media e i tempi della ricerca. Se uno ripercorre la storia mediatica della vicenda si accorge che spesso l’iniziativa nei confronti dei mezzi d’informazione è partita dagli scienziati stessi. È pertanto quantomeno limitativo trattare la questione in termini di inopportunità o indiscrezione da parte dei giornalisti.
La mia impressione è che sempre più parti del mondo della ricerca, soprattutto negli esperimenti di big science, abbiano perfettamente chiaro che i media sono la prosecuzione delle controversie scientifiche con altri mezzi. Non so se questo sia un bene per la scienza, ma è un’ulteriore consapevolezza che andrebbe aggiunta a quella di cui parla Ferroni.

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