MATTER, un sito che avrei voluto fare io

Confesso di aver provato ammirazione e invidia quando ho visto per la prima volta MATTER, un’iniziativa di long form journalism su scienza, tecnologia e medicina. Il sito è stato lanciato lo scorso novembre e pubblica un storia al mese. Per leggerla bisogna pagare un abbonamento di 99 cents, con la possibilità di accedere ai testi nelle versioni ebook e audiobook.
Ci sono tanti aspetti interessanti in questo progetto. Il primo è che MATTER dimostra l’esistenza in rete di uno spazio per storie e personaggi scientifici raccontati con gli stili della letteratura. Gli ideatori del sito puntano su un pubblico online attratto dalla non-fiction novel basata sulla scienza. Pane per i denti per chi vuole coniugare ambizioni di scrittura con la passione per la ricerca.
Da seguire con attenzione poi la scommessa sul modello di business. L’idea è che ci siano persone disposte a pagare per leggere storie di scienza lunghe, ben costruite e provocatorie. Allo stesso tempo la speranza è che ci siano le risorse per pagare gli autori per un lavoro molto approfondito e di qualità.
Staremo a vedere, ma intanto, oltre a questi due elementi distintivi, ce n’è un terzo che a mio modo di vedere indica davvero una delle direzioni più promettenti per il giornalismo scientifico.
Nella descrizione della linea editoriale, gli ideatori del sito descrivono MATTER come “la nuova casa per un giornalismo indipendente e approfondito incentrato sulle idee che stanno modellando il futuro. Le nostre storie”, continuano,”riguardano la tecnologia, la medicina, l’ambiente, la scienza, così come i mondi sociali e culturali che li circondano”.
Se avessi dovuto scrivere un manifesto per un possibile nuovo giornalismo avrei usato parole simili. Avrei scritto che nell’epoca in cui il valore si concentra sulle idee, la creatività e l’immateriale, basati su ricerca e innovazione tecnologica, il giornalismo scientifico è uno dei candidati più prometteni per la definizione di un ambiente comunicativo in cui si creino prospettive di crescita. Avrei scritto che al momento attuale non assolve questa funzione perché ancora troppo spesso focalizzato sulla semplificazione e sulla distribuzione della conoscenza, mentre avrebbe un ruolo molto più cruciale se allargasse il suo campo d’azione e d’interesse, se si contaminasse con altri ambiti dell’informazione per contribuire a descrivere in modo integrato l’innovazione, non solo tecnologica, ma anche culturale, artistica, sociale. Avrei infine ribadito che il giornalismo scientifico deve assumersi una responsabilità attiva nella costruzione del futuro.
Mi fa piacere che quelli di MATTER vadano nella stessa direzione, anche se rimane un po’ d’invidia.

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Il giornalismo post-industriale è scientifico

È il report giornalistico dell’anno. Almeno a giudicare dal numero e dalla qualità dei commentatori che si sono cimentati nel fornirne analisi e descrizioni. Per limitarci al contesto italiano, ne hanno parlato Luca De Biase, Giuseppe Granieri, Andrea Iannuzzi, Sergio Maistrello, Pier Luca Santoro, Mario Tedeschini Lalli. Vi rimando a questi post se volete leggere delle sintesi sfaccettate e molto acute del rapporto della Columbia Journalism School “Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present”, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. Si tratta di un’analisi dello stato attuale del giornalismo e dell’editoria che, come dice bene Sergio Maistrello, parla “apertamente di giornalismo post-industriale e di riallocazione (non sostituzione) della professione del giornalista a un diverso livello dell’ecosistema dell’informazione”.
Il rapporto si articola in cinque sezioni (Introduzione, Giornalisti, Istituzioni, Ecosistema, Conclusioni). In questo post mi soffermo sul ruolo dei giornalisti nell’attuale ecosistema dell’informazione.
Faccio una premessa doverosa: cerco un po’ di tirare l’acqua al mio mulino. Una delle ipotesi di lavoro su cui stiamo lavorando alla Sissa, soprattutto nell’ambito del Master in Giornalismo Scientifico Digitale, è che la rete renda molto più manifesti che in passato i punti di contatto tra il lavoro del giornalisti e quello degli scienziati. Dal mio punto di vista è uno degli aspetti più interessanti che si possono dedurre dalla lettura del saggio di Anderson et al.
L’idea di per sé non è nuova. La proposta di un approccio giornalistico basato sulla teorizzazione di forti analogie tra il lavoro del reporter e il metodo scientifico si era già diffusa a partire dal 1969, con la pubblicazione del libro di Philip Mayer Precision Journalism. Negli Stati Uniti e in Brasile il giornalismo di precisione ha avuto diversi riscontri. Alcune inchieste realizzate secondo le sue prescrizioni hanno ricevuto il Pulitzer. In Italia è un filone molto marginale. In generale, l’idea di trattare il “giornalismo come scienza” non è stata prevalente in nessuna parte del mondo.
Si può discutere a lungo delle ragioni per cui questo approccio non sia entrato a far parte delle pratiche e della forma mentis della stragrande maggioranza dei cronisti. Sta di fatto che il giornalismo moderno non accetta più deroghe alla scientifizzazione delle modalità con cui si riportano le notizie. Quello che era difficile prima di Internet, oggi non solo è possibile, ma necessario.
Tra le “hard skill” del giornalista post-industriale individuate da Anderson, Bell e Shirky ci sono: la specializzazione, la capacità di leggere e interpretare dati e statistiche, l’analisi dell’audience, la comprensione di metriche. Se i professionisti dell’informazione non affrontano questo passaggio il loro destino è segnato, chiosano gli autori.
Sembra insomma che l’idea secondo la quale il giornalista è sostanzialmente uno scrittore, un’immagine promossa soprattutto dal “nuovo giornalismo” di Tom Wolfe a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, andrà fortemente ridimensionata. Non sarà facile. La percezione della vicinanza tra giornalisti e scrittori è diffusa e prevalente. Una testimonianza limitata ma a mio modo di vedere significativa di questo fatto è l’esame d’ingresso ai nostri Master alla Sissa. Quando chiediamo ai candidati perché vorrebbero entrare a far parte della nostra scuola di comunicazione e giornalismo scientifico, moltissimi rispondono: “perché mi piace scrivere”. Niente di male, ma sarebbe forse un segno dei tempi se qualcuno nei prossimi anni iniziasse a dire: “perché mi intrigano le metriche”.

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5 miti su scienza, media e pubblico

È da tempo che lo studioso americano Matthew Nisbet sta facendo un gran lavoro di valorizzazione dei risultati della ricerca in comunicazione della scienza. In questo articolo scritto insieme al collega Dietram Scheufele e pubblicato circa un mese fa su TheScientist, vengono elencati i luoghi comuni più ricorrenti sul rapporto tra scienza, media e pubblico:
1. Gli americani non si fidano più degli scienziati. (se al posto degli americani mettete europei o italiani il mito persiste)
2. Il giornalismo scientifico è morto.
3. I media di intrattenimento promuovono una cultura antiscientifica.
4. Il problema è il pubblico, non gli scienziati o i policy makers.
5. Le convinzioni politiche non influenzano il giudizio degli scienziati.
Nisbet e Scheufele mostrano come la ricerca sociale e quella sui media non confermi nessuna di queste affermazioni. Nonostante ciò si tratta di miti persistenti, probabilmente funzionali alla sopravvivenza di nicchie intellettuali di pasdaran neopositivisti, speculari a quelle di fanatici oscurantisti, ma non alla scienza e all’innovazione sociale che ne può derivare.

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Speciale Jcom su giornalismo scientifico e digital storytelling

Ieri abbiamo pubblicato su Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, uno speciale sul rapporto tra giornalismo scientifico e narrazioni digitali. I contributi sono legati a un workshop realizzato lo scorso mese nell’ambito della seconda edizione di MAPPE a Trieste. Se avete voglia di leggere gli articoli vi fornisco alcune coordinate per orientarvi. Sono le ipotesi e il contesto in cui da un po’ di tempo si svolge la nostra riflessione:

-i giornalisti scientifici stanno perdendo sempre di più la loro storica posizione di mediatori principali tra scienziati e non-esperti;
-il nuovo ecosistema “scienza-media” è popolato da attori che fino a qualche tempo fa erano fonti giornalistiche ma che oggi sono sempre di più produttori di contenuti originali rivolti direttamente a pubblici differenti;
-le funzioni e le pratiche dei giornalisti scientifici cambiano nell’ecosistema digitale. I cambiamenti sono guidati da più ampie ristrutturazioni economiche e organizzative;
-la scienza contemporanea è caratterizzata da una grande e crescente disponibilità di dati, autori e contenuti, una quantità enorme rispetto anche a pochi anni fa;
-i pubblici della scienza sono sempre più frammentati.

In questa cornice sono tante le domande per il giornalismo scientifico dei prossimi anni. La sfida più importante è far diventare questo genere giornalistico uno dei maggiori protagonisti dell’informazione nella società della conoscenza.
C’è bisogno di cambiare le pratiche, le funzioni, le procedure del giornalista scientifico, che deve abbracciare nuove competenze, non solo tecniche, ma soprattutto culturali e relazionali. Utilizzare le potenzialità dell’ “arte di raccontare storie” in epoca digitale applicandole al giornalismo scientifico può voler dire soprattutto scoprire una scienza molto più ricca di quanto ci abbia abituato la cronaca delle scoperte.

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Dati, contenuti, autori e giornalismo scientifico

Sul Tuttoscienze de La Stampa di un paio di settimane fa ho pubblicato un articolo sul possibile rapporto tra la scienza nei prossimi decenni e la capacità di raccontarla con le tecnologie digitali e connettive.
Provare a immaginare il futuro è un modo per intervenire sul presente. Già adesso la quantità di dati, di autori e di contenuti scientifici rende molto complicato diventare un filtro attendibile e costruire un racconto condiviso. Allo stesso tempo le possibilità di narrazione sulla scienza, la tecnologia e la medicina si arricchiscono in modo straordinario. Molto al di là del recinto della divulgazione e della cronaca delle scoperte. Chi lo capirà a fondo e saprà darne forma adeguata riuscirà a intervenire in maniera non banale nella costruzione del futuro socio-tecnico.

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Ruoli e pratiche emergenti nel giornalismo scientifico digitale

Sono convinto che una delle attività più interessanti a cui ci possiamo dedicare, in qualità di analisti, ricercatori, formatori, per descrivere i grandi cambiamenti dell’editoria e del giornalismo sia quella di costruire mappe. Forse è un po’ una mia fissazione, ma se devo riflettere su cosa faccio e perché mi piace quello che faccio, preferisco paragonarmi a un cartografo, che scopre e indica percorsi rilevanti, e non un a un filtro o a un confezionatore di prodotti pronti all’uso. Le cose, è ovvio, non si escludono tra di loro, ma se devo scegliere mi sento più a mio agio con la prima opzione. Tutta questa premessa per dirvi perché mi piace tanto un paper pubblicato da poco su Journalism. Si tratta di un articolo che descrive come cambiano ruoli e pratiche del giornalista scientifico in epoca digitale. Gli autori sono Declan Fahy e Matthew Nisbet, fra i migliori ricercatori di comunicazione della scienza in circolazione nel panorama internazionale. Nel loro lavoro ci sono almeno due aspetti rispetto ai quali mi trovo in piena sintonia. Il primo è che viene disegnata una mappa dei professionisti dell’informazione on line di scienza, medicina e tecnologia. L’oggetto di studio è il territorio pluralistico, partecipativo e sociale definito dalle tecnologie digitali e connettive. La cartina geografica prodotta da Fahy e Nisbet è una rappresentazione di una parte del giornalismo scientifico anglosassone. Per quanto ne so io è il primo studio del genere.
Andando a leggere i dettagli dell’articolo c’è un altro motivo di soddisfazione, forse maggiore del primo, se possibile. Lo riassumo usando le parole degli autori (da me tradotte): “Rispetto a un decennio fa, questo gruppo professionale [i giornalisti scientifici], guidati da imperativi economici e cambiamenti tecnologici, sta assolvendo una più ampia pluralità di ruoli, inclusi quelli di curatori, di mediatori culturali, di intellettuali pubblici e di educatori civici, oltre a ruoli più tradizionali della pratica giornalistica, come quelli di cronista, filtro, cane da guardia, agenda setter”. Rispetto alla pianticella del divulgatore scientifico, che traduce dal complesso al semplice, abbiamo quindi una foresta di ruoli e di pratiche, un vero e proprio ecosistema appunto.
Tra gli addetti ai lavori discutiamo da anni di questi cambiamenti. Ora sembra che la rete e la cultura digitale, con le riconfigurazioni economiche, di pratiche sociali e di lavoro che si portano appresso, stiano dando un colpo decisivo alla transizione. Fino a quando si discute, a parole, di scenari futuri siamo però nel campo delle speculazioni. Lo studio di Fahy e Nisbet hanno il merito di fornire per la prima volta dati e riscontri concreti.
Per come emerge dalla loro ricerca la tendenza del giornalismo scientifico è quella di una professione che si arricchisce di competenze, responsabilità e opportunità. Una professione che si sta guadagnando il ruolo che le compete nella società della conoscenza.

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Comunicazione visiva a ScienceOnline 2012

Bora Zivkovic presenta gli appuntamenti del prossimo meeting ScienceOnline 2012 dedicati a descrivere come, in ambito digitale, l’arte, le illustrazioni, la fotografia, la visualizzazione dei dati possono arricchire le rappresentazioni visive della scienza. L’elenco è davvero ricco e interessante, così come l’intero programma di ScienceOnline 2012, che sta diventando davvero un appuntamento fondamentale a livello internazionale per capire come l’ecosistema mediale centrato sul web e sulle tecnologie connettive sta cambiando la comunicazione della scienza.

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Giornalismo scientifico in epoca digitale

La rivista Journalism dedica un numero speciale al giornalismo scientifico. I paper si concentrano sull’impatto della rete e delle tecnologie digitali sui processi, i contenuti e le relazioni che caratterizzano l’informazione su scienza, tecnologia e medicina. Il curatore del numero è Stuart Allan. L’anno scorso Stuart è intervenuto a MAPPE 2010, all’interno del workshop Science Journalism and Power in 21st Century. Per capire quali sono alcune delle problematiche trattate nella special issue di Journalism si può guardare il video del suo contributo Re-Framing Power: Science Journalism on the Internet, disponibile qui cliccando su MAPPE – 24 novembre – tavola rotonda Debate on the new ecosystem of information .

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Fiduciosi sul futuro del giornalismo scientifico

John Horgan su Scientific American vede un avvenire roseo per il giornalismo scientifico nonostante il clima di grande preoccupazione che continua a perdurare tra gli addetti ai lavori. A rassicurarlo sono le idee, l’impegno e i prodotti di un gruppo di studenti di una scuola di giornalismo americana dove si svolge un premio annuale in cui Horgan è uno dei giurati.
Nell’articolo non viene fatta un’analisi approfondita sul destino dell’informazione scientifica, ma ve lo segnalo lo stesso per i temi affrontati dai ragazzi in concorso e riportati da Horgan. Tra questi vi sono: il dibattito sui trattamenti nei confronti dei pedofili, le cause dell’alta mortalità infantile nei quartieri poveri, i pro e i contro dei test genetici sull’Alzheimer, le modalità con cui Big Pharma reclamizza i suoi prodotti mediante articoli scritti da ghost-writers su riviste di medicina.
Sono d’accordo con Horgan quando dice che questi studenti mostrano di essere molto più aperti di tanti giornalisti scientifici tradizionali. C’è un’idea ampia di scienza e dei bisogni informativi attuali, a essa legati, che bisogna soddisfare. È una delle direzioni giuste da intraprendere, almeno a mio modo di vedere.

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Qualche rimedio ai problemi fra scienziati e giornalisti

Colin Macilwin, un giornalista scientifico britannico che ha lavorato per una quindicina d’anni a Nature, adesso redattore di Research Fortnight e Research Europe, scrive un articolo su Nature del 17 febbraio 2010 riguardo ai problemi fra scienziati e giornalisti.
Macilwin era in partenza per San Diego per il meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science, svoltosi tra il 18 e 22 febbraio.
Il titolo quest’anno era “Bridging Science and Society”.
Nel suo articolo, il giornalista scientifico britannico richiama il report Science and the Media: Securing the Future, di cui avevo già parlato tempo fa.
I mali attuali del giornalismo scientifico:
-aumento del carico di lavoro e allo stesso tempo accresciuta complessità dovuta ai multimedia;
-ruolo crescente delle pubbliche relazioni;
-“pack journalism”: devi coprire una storia perché la coprono tutti i tuoi competitori;
-mancanza di tempo e risorse per giornalismo scientifico originale e investigativo.
I rimedi di Macilwain:
-rinuncia al sistema basato sull’embargo delle riviste scientifiche, soprattutto quelle di grande diffusione;
-abbandono della mentalità di “pack journalism” legato alla logica dell’embargo;
-maggiore coinvolgimento degli scienziati sui media nelle questioni che riguardano punti deboli, punti forti e passi falsi del progresso scientifico.

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