Il ruolo della conoscenza nella formazione giornalistica

Il progetto Journalist’s Resource dell’Harvard’s Sorenstein Center ha recentemente redatto una lista aggiornata di pubblicazioni di qualità dedicate alla formazione nel giornalismo. Le risorse comprendono articoli e report di natura teorica, ma anche analisi empiriche sull’industria della notizia.
Come è noto, il sistema dell’informazione è in una fase di grande trasformazione e, forse, tra gli effetti sottovalutati del cambiamento vanno annoverate le ripercussioni sui tradizionali curricula delle scuole di giornalismo, che sembrano armi educative sempre più spuntate. Sebbene le preoccupazioni su qual è la migliore formazione da offrire ai nuovi giornalisti riguardi soprattutto i coordinatori e i responsabili di corsi di formazione, dare un’occhiata alla lista del Journalist’s Resource in generale può essere istruttivo anche per avere un’idea delle tendenze più interessanti in circolazione sul giornalismo.
Particolarmente significativi per la riflessione che conduciamo al Master della Sissa dove lavoro sono i riferimenti al giornalismo basato sulla conoscenza. Su tutti segnalo il libro Informing the News: The need for Knowledge-Based Journalism, pubblicato lo scorso ottobre dalla casa editrice Vintage e scritto da Tom Patterson, direttore di Journalist’s Resource. Patterson sostiene che la via maestra per ridare un significato sociale imprenscindibile all’informazione professionale è insegnare ai giornalisti ad usare la conoscenza.
L’autore si muove in una direzione inagurata già da Philip Mayer negli anni ’70 del secolo scorso, quando nel libro Precision Journalism, tradotto solo nel 2006 in Italia col titolo Giornalismo e metodo scientifico, proponeva di trattare il giornalismo come una scienza.
Il progetto di Mayer ha avuto fortune alterne, ma oggi ci sarebbero più possibilità di successo per il giornalismo di precisione per due ragioni. La prima è per il ruolo assunto dalla conoscenza nella teoria sociale e nelle strategie economiche. Il secondo motivo è internet. Le tecnologie digitali e di rete, sostiene Patterson, renderebbe realizzabile la visione di Meyer: basare la presentazione delle notizie sull’esercizio delle “massime virtù scientifiche”, per dirla alla Walter Lippman, che si esprimeva già in questi termini negli anni ’20 del Novecento nel volume Liberty and the News.
L’invito a una professionalizzare del giornalismo nel senso di un uso approfondito della conoscenza mi trova molto d’accordo. Così come condivido le premesse di fondo di Patterson, vale a dire che il problema dell’abbassamento della qualità delle news richiede un’innovazione di concetti e pratiche giornalistiche basata sulla riattualizzazione delle funzioni sociali dei professionisti dell’informazione. Tra queste vale la pena ricordare la capacità di validare e distinguere ciò che è rilevante per una comunità da ciò che non lo è, l’attendibilità nel fornire notizie che rappresentino la base di una realtà condivisa, la necessità di istituzioni editoriali di cui fidarsi. Il recupero passerebbe per un nuovo modo dei giornalisti di rapportarsi con il sapere.
Il ragionamento è abbastanza lineare anche se, a mio modo di vedere, lascia margini di approfondimento su almeno tre questioni: di quale conoscenza hanno bisogno i giornalisti? Quali sono i rapporti tra la conoscenza di cui parla Patterson e la scienza? Quali sono le competenze da insegnare eventualmente nei percorsi formativi?

Rispetto alla prima questione, è opportuno premettere che nei ragionamenti di Patterson, e parzialmente di Meyer, si sovrappongono piani differenti, usando ad esempio come termini intercambiabili la conoscenza accademica in ambito umanistico e sociologico con la conoscenza scientifica, oppure la conoscenza dei processi con quella dei contenuti.
Per maggiore chiarezza è forse utile isolare le diverse dimensioni in cui si esprime il problema della conoscenza dei giornalisti. Si possono identificare almeno quattro aree:

1) Il giornalismo ha un problema disciplinare, nel senso che non è un corpo sistematico di pratiche e concetti universalmente condivisi attraverso i quali si riescano a stabilire le unità minime di conoscenza necessarie e sufficienti per essere definiti giornalisti. La questione è controversa perché esistono migliaia di scuole di giornalismo nel mondo, basate però evidentemente su un fragile terreno epistemologico e quindi curriculare. Specchio di quest’indeterminatezza è il ricorrente conflitto tra “pratici” (il giornalismo è quello che fai in una redazione) e “teorici” (il giornalismo è caratterizzato da modelli, problemi e dinamiche specifiche che vanno studiate), una diatriba che difficilmente qualcuno porrebbe oggi per la medicina, la giurisprudenza o la fisica;

2) I giornalisti hanno un problema di conoscenza nel senso che non sanno e non possono sapere in profondità quello di cui raccontano. Un altro modo di dirlo è che i giornalisti sono esperti precari, esperti a tempo. È una problematica generalizzata. Che si tratti di politica, istituzioni, scienza, sport, la conoscenza dei diretti interessati su fatti specifici sarà sempre più approfondita rispetto a quella di un cronista che deve coprire temi diversi, seppur all’interno di un ambito specifico. Il paradosso non è nuovo ma è sempre attuale: se il giornalismo è ricerca di una forma di verità, come si potrà soddisfare quest’obiettivo visto che i professionisti dell’informazione non possiedono quasi mai il livello di conoscenza degli esperti protagonisti delle notizie che i giornalisti devono raccontare?

3) Il giornalisti hanno un problema di conoscenza rispetto al metodo: pochi riescono a spiegare come fanno a sapere quello che sanno o perché una procedura di individuazione ed esposizione dei fatti è più efficace giornalisticamente rispetto a un’altra. Ma soprattutto non c’è un metodo condiviso che permetta di affermare che se si seguono determinati passaggi nella ricostruzione degli accadimenti si arriva alla stessa rappresentazione della realtà;

4) I giornalisti non sanno come sfruttare pienamente la conoscenza disponibile nelle università, nei centri di ricerca, nelle biblioteche. Questo potrebbe essere definito come un problema di applicazione della conoscenza.

La distinzione proposta aiuta a comprendere se e come la scienza può essere utile nell’affermazione del giornalismo basato sulla conoscenza.
La conoscenza scientifica può fornire un modello a cui tendere e un campo su cui interrogarsi per almeno tre motivi: per la tipologia e la qualità dei contenuti, per il metodo usato nella loro produzione e perché mostra molto efficacemente come cambiano le dinamiche di accesso, distribuzione e utilizzo del sapere in epoca digitale (si veda ad esempio La stanza intelligente di David Weinberger).
Voglio sottolineare quest’ultimo punto perché si distingue molto dalla visione statica a cui si richiamano Meyer e Patterson. Il mese scorso ha suscitato una forte discussione, fra addetti ai lavori e non, una cover story dell’Economist dedicata ai limiti dei meccanismi attuali di validazione e replicabilità della ricerca e al conseguente abbassamento complessivo della qualità della conoscenza scientifica. Allo stesso tempo, come riporta Gary Marcus sul New Yorker sono diverse le iniziative che la comunità degli scienziati sta mettendo in campo per affrontare alcuni dei problemi posti dal giornale britannico. Insomma, grazie o a causa dei media digitali, stiamo capendo che la conoscenza in generale, e quella scientifica in particolare, è una materia molto più calda e fluida di quanto siamo stati abituati a pensare in epoca pre-internet.
Se si vuole fondare un giornalismo in grado di inserire la conoscenza in contesti specifici per fornire un valore aggiunto di analisi e interpretazione dei fatti, allora è bene che i futuri professionisti siano in grado di capire e spiegare come evolve la conoscenza, come risponde ai cambiamenti sociali e come, viceversa, contribusice a plasmare la società. Tra i compiti dei formatori ci dovrà allora essere quello di insegnare ai giornalisti come comprendere le logiche di accesso, produzione e distribuzione del sapere. La conoscenza scientifica è un modello rilevante per questo scopo perché è l’ambito in cui si stanno realizzando le sperimentazioni più interessanti.

Queste ultime considerazioni mi portano alla questione delle competenze. Wolfgang Donsbach, direttore del Department of Communication alla Dresden University of Technology in Germania, in un paper pubblicato da poco sulla rivista Journalism, ha elencato alcune delle qualità specifiche che dovrebbero caratterizzare un giornalista della conoscenza:

1) Competenza generali: i giornalisti devono avere la capacità di inserire la conoscenza nei contesti in cui accadono i fatti e possedere una prospettiva intellettuale di ampio respiro per prendere decisioni fondate;

2) Competenza su specifici argomenti: i giornalisti devono riuscire a raggiungere un livello di conoscenza del settore di cui si occupano sufficientemente profondo a comprendere la struttura del campo di loro interesse e a produrre una mappa degli attori principali;

3) Competenza sui processi: i giornalisti dovrebbero avere una conoscenza scientifica del processo di costruzione delle notizie e dei processi di comunicazione, dai fattori che influenzano le decisioni su come trattare le notizie ai possibili effetti sull’audience o al ruolo dei social media nell’esposizione delle informazioni;

4) Competenze tecniche;

5) Valori professionali, dove si fa riferimento al fatto che andrebbero insegnati il ruolo sociale dei giornalisti e le norme che guidano i loro comportamenti.

Come si può notare, in questa lista non si fa cenno alla comprensione e all’uso della conoscenza nel senso descritto sopra.

C’è infine un altro aspetto da considerare, a cui fa cenno anche Donsbach: una volta formati i giornalisti della conoscenza verrebbero assunti in una redazione o riuscirebbero a sbarcare il lunario come free-lance? La percezione è che le (poche) richieste di mercato in questo periodo vadano in una direzione opposta a quella proposta in questo post. Molto più valorizzate sembrano le abilità e le esperienze di tipo pratico e tecnico. Credo che la qualità e l’innovazione nel senso della conoscenza paghino molto sul lungo periodo, ma, come formatori, non ci possiamo permettere di trascurare il problema dell’occupazione a breve termine.

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