Rapporto tra teoria e pratica nella formazione giornalistica

È un argomento su cui ho avuto vivaci discussioni: a cosa serve la ricerca e la teoria per i futuri giornalisti? La questione è fondamentale per chi, come me, si occupa professionalmente di formazione in questo settore. Io sono schierato a favore della teoria. Inutile sottolineare che i giornalisti guardano spesso con scetticismo la mia enfasi sulle analisi accademiche del loro lavoro. Mi ascoltano ma poi ho sempre il sospetto che pensino: “va be’, lasciamolo fare, tanto poi…”, “è la pratica che conta”, “hai mai visto un caposervizio che si alambicca sull’agenda-setting o sul modo 2 dei rapporti tra scienza e società?”, “ma mandami il pezzo”, ecc.
L’esplorazione dello scomodo territorio fra formazione e studi sul giornalismo è affrontata in questo articolo sul numero di Dicembre 2011 di Journalism. L’autore, Tony Harcup, suggerisce di superare le divisioni tra “professori della pratica” e “professori della ricerca”. La soluzione auspicata è che giornalisti ed ex-giornalisti passati all’insegnamento si occupino di ricerca. Sono d’accordo, soprattutto perché ci troviamo in un periodo storico in cui è necessaria una nuova teoria su ruoli e funzioni del giornalista. Ci sono sempre più informazioni e sempre più difficoltà a trovarci un senso, un filo rosso intellegibile e condiviso collettivamente. Abbiamo sempre meno bisogno di qualcuno che porti le notizie dalle fonti al pubblico. Abbiamo sempre più bisogno di qualcuno che restituisca una prospettiva alla confusione. La pratica e la teoria si devono aiutare reciprocamente per capire cosa signifca “fare” e “insegnare” il giornalismo nei prossimi anni.

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