Due nuovi libri su Richard Feynman

Immagine da last.fm

Quando ero studente di fisica, negli anni Novanta del secolo scorso a Pisa, tra colleghi si discuteva molto di più di Richard Feynman che di Galileo. Le storie sull’eccentrico fisico americano erano carburante prezioso per le fantasie di molti di noi, alla ricerca di un’immagine anticonformista ma allo stesso tempo riconosciuta e apprezzata socialmente e lontana dagli stereotipi del nerd. Il mio percorso e quello dei miei amici di corso è stato poi variegato e di sicuro drasticamente diverso da quello di Feynman.
Rimane il fatto che l’inventore dei famosi diagrammi sullo scattering nella teoria quantistica dei campi, nonché premio Nobel nel 1965, padre delle nanotecnologie e suonatore di bongo professionista, è una delle icone della fisica moderna. Su questo punto sono completamente d’accordo con Freeman Dyson, allievo di Feynman, che in un articolo sul The New York Review of Books di qualche giorno fa, prende spunto dalla pubblicazione di due nuove biografie sul fisico americano per disegnarne un ampio ritratto sia scientifico che umano.
I due libri sono Quantum Man di Lawrence Krauss e Feynman di Jim Ottaviani, con illustrazioni di Leland Myrick. Per chi è interessato alla comunicazione della fisica sono due testi da leggere con grande attenzione. Il primo perché Krauss è un gran divulgatore. Il secondo perché il genere è inusuale nell’editoria scientifica ma di qualità: si tratta un fumetto scritto da un autore conosciuto anche in Italia grazie al volume Un pensiero abbagliante pubblicato da Sironi.
Molto interessante anche la recensione di Dyson, con resoconti in prima persona della sua interazione con Feynman e una valutazione complessiva sulla sua figura di scienziato. Secondo Dyson il più grande contributo di Feynman “non è legato a nessuna scoperta in particolare. Il suo vero apporto è stata la creazione di un nuovo modo di pensare che ha permesso a una grande moltitudine di studenti e colleghi, come me, di fare le proprie scoperte.”

 

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Niente di nuovo sotto il cielo della psichiatria?

Logo di Impazzire si può

Fa effetto leggere un testo scritto da Franco Basaglia nel 1979, pubblicato oggi sull’Unità, a confronto con un articolo del The New York Review of Books, disponibile nella versione cartacea della rivista a metà luglio, ma consultabile già adesso on-line. Il primo è la prefazione all’edizione tedesca di “Marco Cavallo“, il secondo è un’inchiesta della giornalista Marcia Angell dal titolo emblematico The Illusion of Psychiatry.
Scriveva Basaglia: “Oggi come in passato la psichiatria dominante si rifiuta di ammettere i propri insuccessi di fronte alle persone che sono state inghiottite dai manicomi, persone di cui non sono rimasti che corpi senza storia […] Continuare ad accettare la psichiatria e la sua definizione di malattia mentale significa accettare che un mondo sconvolto e distruttivo sia l’unico mondo possibile, naturale e immutabile contro il quale non ha senso lottare. Finché sarà così, continueremo a formulare diagnosi, prescrivere cure e trattamenti, inventare nuove tecniche terapeutiche, pur consapevoli del fatto che il vero problema è altrove”.
Fa effetto che l’analisi dell’impatto delle farmaceutiche sulla psichiatria e sui manuali diagnostici, ricostruito dettagliatamente dalla Angell, si adatti perfettamente alle parole di Basaglia a distanza di più di trent’anni.
Si scontrano due opzioni profondamente diverse: aprire o chiudere gli occhi davanti alla “ragione dell’irriducibilità della follia”. La maggioranza degli psichiatri sembra eternamente tentata dalla seconda possibilità. A Trieste in questi giorni c’è però chi non la pensa così, c’è chi crede che Impazzire si può.

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Dawkins cita male Primo Levi, almeno secondo Jeremy Bernstein

Jeremy Berstein, fisico e famoso popular science writer americano, ha scritto una recensione del The Oxford Book of Modern Science Writing curato da Richard Dawkins, biologo britannico e autore di best seller come il Gene egoista. La recensione si trova su un numero del The New York Review of Books che sarà disponibile in forma cartacea a partire dall’11 Marzo 2010. Berstein non è molto convinto del lavoro di Dawkins. Si chiede cosa se ne fa un lettore dell’antologia dei testi raccolti da Dakwins. Nelle conlusioni spera che siano solo un antipasto, uno stimolo per il lettore perché approfondisca andando a leggersi gli originali in forma completa.
Non è poi neanche convinto della selezione fatta.
A questo proposito si dilunga su Primo levi e La Tavola periodica. A suo modo di vedere c’erano dei capitoli, come quello intitolato “Cerio”, in cui Levi dava grande prova di scrittura intrecciando la descrizione dell’elemento chimico con la tragica esperienza nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
Dawkins sceglie però di pubblicare il capitolo intitolato “Carbonio” e secondo Bernstein fa un cattivo servizio allo scrittore italiano perché il lettore ha un’impressione completamente sbagliata del perché La Tavola periodica è un grande libro.

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